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BIANCADE:
storia
e opere d’arte
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Parrocchia di Biancade
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Parroco Don Giuseppe Volpato
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Testi di Ivano
Sartor
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Aprile 2005
- A
cura di Antonella
Bettiol
BIANCADE
Molto probabilmente Biancade deve l’origine del suo nome al
caratteristico colore pallido
della sua terra,
oppure alle “sbiancade” che
venivano prodotte all’interno dei
boschi locali
dopo che le popolazioni della
zona, verso il Mille, intensificarono la coltivazione dei campi
e diedero impulso al disboscamento del territorio.
Frazione del
Comune di Roncade (Treviso),
Biancade costituisce attualmente un
importante centro produttivo della fabbricazione di mobili e
arredamenti.
Fino al 1877
la frazione apparteneva territorialmente al Comune di
Spercenigo. Poi, a causa
di attriti tra le rispettive autorità
locali e soprattutto per il non pacifico fatto che la sede
municipale era stata posta a Biancade, il Comune venne
soppresso; le frazioni di Spercenigo,
Nerbon e San
Floriano-Olmi vennero accorpate a San Biagio di
Callalta, mentre quella di Biancade
passò al Comune di Roncade.

BIANCADE
NELLA STORIA
La Preistoria
Gli scavi archeologici effettuati tra il
1992 e il 1994 in località
Sant’Andrea di Riul, nei
pressi del fiume Vallio, hanno
documentato una presenza umana in due distinte fasi, una del
Neolitico Antico (fine V – inizi IV millennio
a.C.) e un’altra appartenente alla
cultura detta dei “vasi a bocca quadrata” (seconda metà del IV
millennio a.C.). Sul sito, nei pressi di un
paleoalveo del Vallio,
sorgeva un antico villaggio.
Una fibula in
bronzo ad arco serpeggiante con elementi
fitomorfi ritrovata nel 1981 vicino alla chiesetta di
Sant’Andrea di
Riul conferma la continuità dell’insediamento nel periodo
paleoveneto (il reperto viene datato
tra il 675 e il 525 a.C.).
Altre tracce visibili della collina su cui
sorgeva il Castello di Biancade e la morfologia del territorio
nell’omonima località documentano ulteriori
presenze insediative, inquadrabili
nel periodo dell’ultimo Bronzo e della prima Età del Ferro.
Il Periodo Romano
Biancade,
nell’epoca romana, faceva parte dell’Agro
Altinate Orientale.
Testimonia questo
periodo soprattutto il passaggio della strada imperiale
Claudia Augusta Altinate, fatta
costruire dall’imperatore Claudio e ultimata nel 47
d.C.
L’arteria romana
partiva da Altino, attraversava il
fiume Sile a
Musestre con un ponte di pietra e continuava sino al
Narbonia
vicus (Nerbon),
da dove proseguiva verso
Feltre, per poi travalicare le Alpi
ed arrivare fino al Danubio, oltre Augusta
Vindelicorum (odierna
Augsburg). Alcuni tratti dell’antico
tracciato, ora denominato popolarmente
Lagozzo, sono visibili nelle campagne tra
Roncade e Sant’Elena
e costituiscono la delimitazione dei confini tra Biancade e il
territorio di Silea.
Numerosi e
disseminati un po’ in tutto il
territorio della frazione sono i reperti archeologici
appartenenti a questo periodo: iscrizioni lapidee (ora al Museo
Civico di Treviso), urne cinerarie, materiale fittile, laterizi,
monete.
Il Periodo
Medioevale
Tutto il territorio
fu soggetto alle scorrerie dei barbari che più volte invasero
l’Italia dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente.
Si narra che nel
452 d.C. la via romana Claudia Augusta sia stata percorsa da
Attila che si recava alla conquista di
Altino. Su
questo evento sono fiorite leggende
popolari.
In questo periodo
Biancade fu sotto la giurisdizione dei conti di Treviso, poi
detti di Collalto, che qui
possedevano vasti fondi e un castello, ora non più esistente,
anche se documentato.
Il Periodo
Comunale
Durante la
giurisdizione di Treviso e nella successiva fase del dominio
della Repubblica di Venezia (1338-1797) anche nella “regola” di
Biancade esisteva una vita sociale amministrata dalla “vicinìa”,
cioè la comunità dei capi famiglia
del vicinato, che assumeva le principali decisioni riguardanti
la vita locale, sia civile, sia ecclesiastica. Tale comunità
rurale aveva dei propri organi rappresentativi che si riunivano
in occasione degli atti e delle decisioni più importanti:
solvere le tasse, ricostruire la chiesa, affittare le poste
delle pecore, assicurare alla giustizia i malfattori e così via.
Il Periodo della
Repubblica Veneta
Il dominio della Repubblica Veneta si ebbe
nel XIV secolo, con un periodo di
pace e di relativo progresso economico.
Molte famiglie
nobili di Venezia proseguirono i loro programmi
di acquisto di nuovi fondi in
terraferma, innalzando su di essi delle graziose dimore: in
queste ville essi risiedevano nelle stagioni più clementi
dell’anno e da qui seguivano la gestione delle loro vaste
proprietà fondiarie. Inoltre, essendo
il territorio ampiamente ricoperto da boschi, diedero impulso ad
un’opera di disboscamento, rivolta al rifornimento di legname e
alla costruzione di nuove navi per la loro flotta. I tronchi
d’albero venivano trasportati a
Venezia tramite un canale, ora scomparso, che affiancava la
strada romana Claudia Augusta.
Per comodità di
trasporto e delle relazioni con la città di Venezia, in genere
le ville venete venivano costruite
nei pressi dei fiumi. Lungo l’asta fluviale del
Musestre ne rimangono ancora oggi
dei bei esemplari: villa Morelli (in
località Ca’ Morelli, secc.
XVI-XVII), villa Barbarigo poi
Selvatico (sec. XVI), villa Morosini
(secc. XVI-XVIII), villa Calvi (ora Frasson,
sec. XVIII), villa Flangini-Darj
(sec. XVI-XVIII).
LA CHIESA
PARROCCHIALE DI BIANCADE
Poiché il
nome di Biancade deriva da un “germanismo” (blank)
e ha una desinenza tipica delle zone della
Langobardia e considerato anche che il culto a San
Giovanni Battista, che vi è titolare, venne
diffuso soprattutto ai tempi della regina Teodolinda, la
presenza di una chiesa di Biancade è da far risalire almeno al
periodo longobardo (in particolare ai secc. VII-VIII).
In ogni
caso, l’attestazione documentaria della cappella di Biancade,
compresa nella Pieve di San Biagio di
Callalta e soggetta alla giurisdizione dell’abbazia
collaltina di
Nervesa, risale alla bolla concessa il 22 marzo 1231 da
papa Gregorio IX all’abate narvesiano
Bonincontro (o
Boningerio) di Nervesa; nel
testo vi si legge l’enumerazione delle chiese di suo patronato,
tra le quali quelle di Sant’Ulderico
di Musestre, Tutti i Santi di
Roncade, San Giacomo di Selva (ora
di Roncade), San Giovanni di
Biancade, Santa Maria di Castello di
Biancade, Sant’Andrea di
Riul.
La
parrocchiale di Biancade venne ricostruita sulla riva del fiume
Musestre nella forma attuale nel
1492; al 1493 risale invece il campanile.
Nel 1903 la
chiesa venne ristrutturata e innalzata di quasi tre metri,
decorata di una nuova facciata e di un soffitto interno
affrescato.


OPERE
D’ARTE
L’opera più
pregevole custodita nella parrocchiale di
San Giovanni Battista è la pala dell’altare maggiore, che
raffigura una Sacra Conversazione, eseguita verso il 1531
dall’insigne pittore Paris Bordon
(1500 Treviso – 1571 Venezia), allievo del Tiziano. La pala
centinata è eseguita su tela ed è sormontata da un Eterno
Padre dello stesso autore, dipinto su tavola, incastrato
nell’artistica alzata lignea dell’altare.
Sulla pala
campeggiano le immagini della Madonna con il Bambino, San
Giovannino Battista, San Pietro Ap.,
San Giuseppe, San Marco Ev. e San
Liberale, questi ultimi due rispettivamente patroni della
Serenissima Repubblica e di Treviso.

Il dipinto
su tela raffigurante La Fede, di dimensioni ottagonali
(cm. 250 circa di diametro), incastonato sul soffitto del
presbiterio, venne eseguito da
Francesco Zugno, un artista della
scuola del Tiepolo che realizzò
numerose opere anche per la vicina chiesa
roncadese.
Il quadro
venne pagato nel 1752, come documenta
una nota di spesa segnata in un registro dell’archivio
parrocchiale.

All’interno
della chiesa di possono ammirare anche altre opere del XVIII
sec.
Innanzitutto
una Sacra Conversazione, posta sull’altare dedicato a
Sant’Antonio da Padova, eseguita nel
1732 da Bartolomeo Litterini,
raffigurante al centro Sant’Osvaldo
re e vari altri santi
(Lucia, Apollonia, Agnese,
Agata, altra martire non riconoscibile, Marta, Antonio abate,
Francesco d’Assisi che riceve le stimmate e Francesco di
Sales).

La pala con
La Beata Vergine ed il Bambino con i
Santi Simone
e Giuda, posta
sopra un altro altare laterale venne eseguita nel XVIII sec. da
Michelangelo Morlaiter per
l’oratorio di villa Calvi (ora Frasson)
di Biancade, da dove è stata trasferita.

Nel soffitto
della chiesa appare un affresco Il
Battesimo Di Cristo inizio secolo XX.

I quattro altari minori
-
Altare della Madonna, costruito nel 1696. La statua della
Madonna con il Bambino assisa in trono venne eseguita
dall’intagliatore Francesco De Mori di Treviso nel 1858.


-
Altare di Sant’Antonio da
Padova (nel corso del ‘700 era
dedicato a Sant’Osvaldo re). Vi si
osserva un artistico tabernacolo in
marmo con portina in argento,
raffigurante il Beato Enrico da Bolzano vestito di una lunga
tunica, con il bastone nella destra e il cappello nella
sinistra. La figura del Beato si staglia su uno sfondo con tre
torri campanarie della città di Treviso in ogni lato ed ha
espressione di melanconia, di umiltà,
risultando nel contempo altamente maestosa. A fianco dell’altare
è stata collocata la statua lignea del Beato Enrico da Bolzano,
opera di Antonio Chiesa (metà sec.
XVIII).


-
Gli altri due altari minori della navata, addossati nella
parete vicina al presbiterio, sono dedicati rispettivamente a
San Giuseppe e a Sant’Anna.
Le pale sopra i due altari sono state
collocate in epoca recente, al posto di due tele del Settecento
rubate nel 1980. Sul primo si osserva la tela del
Morlaiter; sul secondo una
tela centinata d’ignoto autore
raffigurante il Beato Enrico da Bolzano in orazione (fine sec.
XVIII).


L’organo
meccanico, a una tastiera, è stato costruito da Angelo
Agostini di Padova nel 1876,
riutilizzando le canne metalliche del precedente strumento
eseguito verso il 1758 da Nicolò Moscatelli. Collocato in
cantoria lignea decorata, sopra l’ingresso principale della
chiesa, è chiuso in una cassa armonica arricchita di bei fregi.
E’ stato
restaurato nell’anno 1989 dalla ditta Alfredo
Piccinelli di Padova.
Rientra nel
novero degli strumenti storici più importanti della diocesi.

Parato liturgico composto da
pianeta, stola e velo da calice. Venezia 1720-1730 ca.
Il motivo
decorativo, di grandi dimensioni modulari, si sviluppa su tutta
l’altezza del tessuto, articolato su di un
asse centrale rispetto al quale il disegno si dispone in
modo simmetrico e speculare.
Si tratta di
un motivo floreale, caratterizzato da un trionfo di tre grandi
infiorescenze di tulipano, riprodotte in due toni
di rosa carico e piuttosto contrastante,
in cui il fiore centrale viene descritto frontalmente e
completamente aperto, mentre gli altri due tulipani, collocati
ai lati in posizione ricadente verso il basso, anch’essi aperti
e sfrangiati, sono avvicinati ad un bocciolo di rosa.
Tale
composizione, fittamente circondata da foglie
nervate e intrecciate ad un folto
gruppo di steli sovrapposti, viene
sostenuta da una rigonfia struttura che si articola in volute
barocche e potenti riccioli, finemente profilati dalla trama
lanciata verde e viene ulteriormente arricchita da elementi
decorativi a piccoli girali, fiorellini e campanelli.
La struttura
si svolge dal centro allargandosi verso i lati, a risalire in
forma di medaglione tondeggiante, interrotto dalla vivace
policromia delle specie botaniche (dalie, peonie, convolvoli,
tulipani e altri fiorellini di piccole e medie dimensioni) fino
a racchiudersi al centro in due rigonfi riccioli, sovrastati da
un gruppo fiorito di minori dimensioni rispetto a quello già
descritto, che pur richiama nell’accostamento delle tinte.
La fitta
presenza di questi tessuti – nelle numerose varianti tipologiche
– impiegati nella confezione di paramenti liturgici in area
veneta e soprattutto nel Trevigiano,
fanno propendere per un’assegnazione a manifattura lagunare,
supportati anche dall’accuratezza esecutiva delle cimose.
Gli elementi
caratterizzanti il disegno, in particolare le grosse cornici
ancora barocche, e la mancanza del point
rentré nei passaggi tonali dei
fiori – le cui forme fortemente plastiche
vengono descritte semplicemente accostando piatte
campiture di colore – collocano il tessuto, destinato
all’abbigliamento femminile, alla fine del primo quarto del
Settecento.
 |
Misure: cm. 103,5 x 71; 220 x 26; 54,5 x51
Definizione tecnica:
lampasso lanciato broccato.
Costruzione:
lampasso fondo in gros lavorato da tutti i fili
dell’ordito di fondo e da tutti i colpi della trama
di fondo (entrambi di colore bianco). Opera per una
trama lanciata (verde) e sette trame broccate in
sete policrome, presente ad ogni colpo della trama
di fondo, legate in saia da 3 lega 1, direzione S da
un ordito di legatura bianco presente in proporzione
di ¼ rispetto a quello di fondo.
Ordito di fondo e di
legatura: organzino di seta, due capi, torsione
S, bianco.
Trama di fondo:
seta, a più capi, leggera torsione S, bianco.
Trama lanciata: seta, due capi, s.t.a., verde.
Sette trame broccate:
seta, a più capi, leggera torsione S, nei seguenti
colori: beige, melanzana, rosa corallo, rosa antico
carico, azzurro, pervinca e giallo.
Cimose: cm. 0,9
lavorate in gros da un ordito in nuances
(bianco, verde, celeste) e dalla trama di fondo
assieme a quella lanciata; terminano con due
cordelle esterne bianche
Galloni:
cm. 3,8 x cm.
1,6 in
seta gialla e argento su seta bianca, con motivi
geometrici a segmenti intrecciati. Il velo da calice
è invece profilato da un gallone settecentesco a
ventaglietti, realizzato a fuselli.
Fodera: in rasatello
di cotone rosso, recente. Il velo da calice, al di
sotto della fodera recente, presenta quella antica
in taffettà verde erba.
Condizioni: perdita
localizzata delle trame broccate, dovuta alla scarna
torsione dei filati. Il recente intervento di
foderatura provoca delle brutte pieghe, soprattutto
sulle spalle – la pianeta viene riposta appesa in un
armadio – causate dal nuovo tessuto, tagliato troppo
stretto rispetto alle reali necessità della veste
sacra. Il telo centrale della croce è stato
sostituito con un tessuto simile nei colori.
|
Parato liturgico composto da due
tunicelle, stola e tre manipoli.
Venezia 1730-1740 ca.
Motivo decorativo ad impianto
centralizzato, il cui sviluppo occupa tutta l’altezza del
tessuto.
Al centro,
in posizione dominante, è un importante trionfo di fiori,
dominato dalle esagerate dimensioni d’un
grande tulipano completamente sbocciato, cui fanno da
corona piccoli boccioli e altri tulipani chiusi e aperti, nonché
coppie di narcisi e di fiori – forse dalie – descritti con
colori non realistici.
Ad
amplificare la composizione, posta al centro di uno spazio a
maglia romboidale, sono le foglie oblunghe tipiche del tulipano
e numerosi steli verdi.
La mensola
gialla, che regge il trionfo
vegetale posto al centro del motivo, viene ad articolarsi
lateralmente in complesse volute “perlinate”,
variamente risolte in foglioline frastagliate, piccole melagrane
e campanelline, sullo sfondo d’una
lavorazione a piccoli scacchetti che
suggerisce forse il tulle per la sua trasparenza, ed è
fittamente intersecata da grosse inflorescenze spampanate di
dalie, peonie, altri tulipani e piccoli fiori, raccolti in
gruppi di colore azzurro.
La ricca e
variata struttura compositiva
termina con una punta dove, prima di riprendere con la
ripetizione successiva, fa da cornice ad una maglia di minori
dimensioni, descritta da varietà botaniche già presenti nella
composizione.
La
grande ricchezza e vivacità cromatica
delle specie floreali, descritte per brevi campiture piatte a
suggerire le forme ampiamente plastiche, compare qui in un
disegno piuttosto accurato e raffinato, fittamente solcato e
intervallato dai frequenti cambi di colore, in una esecuzione
che richiama le soluzioni lussureggianti che negli stessi anni
vanno sviluppandosi secondo altri tracciati: le forme aperte dei
tulipani, le loro grandi dimensioni, lo spiccato naturalismo che
li differenzia da altri simili, riportano al secondo quarto del
XVIII secolo, in una fase contemporanea rispetto alle ricche
composizioni disposte secondo lo schema “a isolotti”, cariche di
frutta e verzura, in cui i fiori sono descritti in forme
amplificate e rigonfie, in un’atmosfera di crescente interesse
per il naturalismo.
 |
Misure: cm.
102x131; 101,5x131; 22x23; 95x22,5; 91x24; 92x24,5
Definizione tecnica:
lampasso lanciato broccato.
Costruzione:
lampasso fondo in gros
lavorato da tutti i fili dell’ordito
di fondo e da tutti i
colpi della trama di fondo (entrambi bianchi). Un
ordito di legatura, in proporzione di ¼ rispetto a
quello di fondo, ferma la
trama lanciata verde e quelle
broccate in sete policrome, lavorando una
saia da 3 lega 1, direzione Z.
Ordito
di fondo e di legatura:
organzino di seta, due capi, torsione S, a fili
doppi, bianco.
Trama
di fondo: seta, a più
capi, s.t.a., bianco.
Trama lanciata:
seta, a più capi, leggera torsione S, verde.
Trame
broccate: seta, a
più capi, leggera torsione S, nei seguenti colori:
giallo, cinque toni di
rosa, roso mattone, azzurro, pervinca, rosso.
Cimose: cm. 0,1 in gros
lavorato dalla trama di fondo
assieme a quella lanciata e da un ordito costituito
da due cordelle bianche.
Galloni:
cm.
3,4 in
argento filato su seta bianca e
seta gialla, con un motivo geometrico che
richiama quello “a mazze”: si tratta di segmenti
interrotti con andamento alterno destra/sinistra,
sfalsati.
Fodera: in
taffettà giallo.
Condizioni:
ottime. Entrambe le funicelle sono state
confezionate con pezzi di tessuto interi, certamente
non di recupero. |
Baldacchino processionale. Venezia
1735-1740 ca
Il motivo decorativo,
piuttosto esteso nel senso della lunghezza, compare in tre
ripetizioni all’interno dell’altezza del tessuto, con un’evidente
disposizione in diagonale, direzione Z.
La tipologia
decorativa, piuttosto consueta tra i tessuti documentati nelle
chiese del territorio trevigiano,
ripropone il ricorrente fondo bianco,
anche se qui accostato alla delicata cromia degli elementi
fitomorfi, assieme al verde
piuttosto squillante, largamente impiegato nella descrizione
delle foglie dalle sagome sinuose e arricciate.
I soggetti
floreali, descritti in una fase i massima
apertura, suggeriscono forme tondeggianti, poco attente
alla realtà naturalistica delle specie botaniche, campite da
zone piatte di colore e senza alcuna ricerca chiaroscurale.
Se gli oblunghi frutti ricordano
ancor le forme care ai tessuti bizarres,
la disposizione in diagonale ci riporta anche alle soluzioni
“ad isolotti” degli anni Trenta, in una serrata concatenazione
in diagonale all’elemento successivo, così come le forme dei
fiori esprimono pienamente il crescente gusto per il
naturalismo, ragione per la quale il tessuto viene a collocarsi
tra il 1735 e il 1740.
Soluzioni
simili, con andamento asimmetrico, sono poco documentate.
La
buona altezza della pezza e
l’accuratezza con cui sono state realizzate le cimose, nonché la
massiccia presenza di esempi simili in ambito veneziano, fanno
propendere per un’attribuzione a manifattura lagunare.
 |
Misure: cm.
202 x 110
Definizione tecnica:
lampasso lanciato.
Costruzione:
lampasso fondo in gros
de Tours lavorato da
tutti i fili dell’ordito di
fondo e da tutti i colpi della trama di fondo
(entrambi bianchi). Opera assegnata ad una trama
lanciata,variata nel
colore, fermata da un ordito di legatura bianco in
saia da 3 lega 1, direzione S.
Ordito
di fondo e di legatura:
organzino di seta, due capi, torsione S, bianco.
Trama
di fondo: seta, a più
capi, leggera torsione S, bianco.
Due trame lanciate:
seta, a più capi,
s.t.a., verde;
seta, a più capi, s.t.a.,
in rosa corallo, carnacino,
violetto e avorio.
Cimose: cm. 0,6
lavorate in taffettà a disposizione
(rosso/bianco/rosso) e dalla trama
di fondo assieme a quella
lanciata verde.
Galloni:
frangia in cotone
giallo.
Fodera: in tela di
lino di colore carnacino
per il cielo, taffettà rosso cremisi per le cadute.
Condizioni: Il
baldacchino è stato realizzato con due fasce
ricavate nell’altezza del tessuto, cui è stata fatta
una piccola aggiunta laterale, cucita su tutta la
lunghezza; le cadute sono invece confezionate con
numerosi frammenti cuciti, fra i quali sono anche
due pezzi di damasco rigato. Le parti perimetrali
, sottoposte a forte tensioni nel corso delle
processioni (in occasione delle quali il baldacchino
continua ad essere impiegato) appaiono piuttosto
provate, presentando numerosi strappi dovuti alla
rottura dei fili d’ordito. A
tratti alcune delle trame lanciate, soprattutto
quella rosa carne, sono scomparse per la
scarsa torsione del filato. Qualche buco, in parte
rammendato. |
Parato
liturgico composto da pianeta, stola, manipolo e velo da calice.
Venezia 1735-1740 ca.
Motivo “ad isolotti” il cui
modulo del disegno risulta essere
piuttosto ridotto nelle dimensioni, rispetto ai consueti esempi
di produzione lionese, ispirati allo
stile Revel della metà degli anni
Trenta.
Il tessuto,
chiaramente riferito al gusto per la leggerezza e per le tinte
chiare che andrà affermandosi verso
la metà del secolo, si articola in piccole”isole” nelle quali,
su di un terreno scosceso in cui è suggerita la ripetizione
successiva, sono margherite e piccoli frutti azzurri, descritti
in maniera semplicistica e senza alcun interesse per la resa
chiaroscurale così come viene semplicemente accennata nella
descrizione dell’alberello di agrumi – a doppia chioma ad
ombrello – in cui il verde è utilizzato in due tonalità
contrastanti, impiegate in maniera tale da suggerirne una
ripresa laterale.
Rispetto a queste soluzioni appare
decisamente più accurata
la descrizione del terreno in cui, seguendo piani dapprima
solamente tratteggiati e poi percorsi da ondine in sequenza, ci
si avvicina al profilo della zolla, dove le sfumature vengono
realizzate con la tecnica del
point-rentré, espediente con il quale il passaggio
chiaroscurale tra due zone contrapposte avviene per tratteggi
spolinati – che rientrano gli uni
negli altri – a graduare il contrasto cromatico. L’andamento in
diagonale, tipico delle composizioni “ad isolotti”, appare qui
suggerito dall’inclinazione del pendio, scambiato nella
ripetizione in verticale delle parallele sfalsate, all’interno
delle quali il soggetto risulta
piacevolmente variato nel colore dei frutti.
Questo
tessuto riferibile a produzione veneziana per i delicati
accostamenti cromatici e la presenza di un
point-rentré solo parzialmente utilizzato nei
passaggi di tono (in corrispondenza delle zolle), è avvicinabile
anche ai disegni degli anni Trenta dell’inglese A.M.
Garthwaite.
L’impiego
del tratteggio spolinato, assieme
alla disposizione ad isole vaganti sullo sfondo del tessuto,
confermano la datazione proposta.
 |
Misure: cm.
101x69; 212x25; 84x22; 59x51,5
Definizione tecnica:
gros
liseré
broccato.
Costruzione:
gros lavorato da tutti i
fili dell’ordito di fondo
e da tutti i colpi della trama di fondo (entrambi
bianchi). Opera per effetto di
slegature della trama di
fondo (liseré)
e delle trame broccate,
che a tratti lavorano un sommario
point-rentré.
Ordito
di fondo: organzino
di seta, due capi, torsione S, bianco.
Trama
di fondo: seta, a più
capi, s.t.a., bianco.
Trame
broccate: seta, a
più capi, leggera torsione a S, nei seguenti colori:
ocra, marrone, due toni di verde, azzurro, arancione
variato in rosa medio e
rosa carnacino.
Cimose: cm. 0,5
lavorate in taffettà dalla trama
di fondo bianca con un ordito a disposizione
verde/rosso in sequenza.
Galloni:
cm. 3,6 e
cm. 1,8 per la
pianeta; cm. 2,1 per il velo da calice. Motivo a
ventaglietti lavorati a
fuselli, in argento lamellare e filato S su seta
gialla.
Fodera: recente,
in rasatello di cotone rosa.
Condizioni: il
davanti della pianeta appare diffusamente lacerato,
soprattutto in corrispondenza della croce centrale.
Ottimo lo stato di conservazione del velo. |
-
- Parato liturgico composto da
pianeta, stola, manipolo, busta e velo da calice.
- Venezia, terzo quarto del XVIII
secolo.
Motivo
decorativo di grandi dimensioni modulari, che occupa tutta
l’altezza del tessuto, sviluppandosi simmetricamente rispetto ad
un asse centrale. Si tratta di una
grande infiorescenza, completamente sbocciata, sormontata da un
gruppo di cinque piccoli tulipani allungati che nella forma
ricordano quelli seicenteschi, derivati dalla tradizione
ottomana.
Il suddetto
motivo, in posizione dominante al centro di una maglia
schiacciata, è costretto in uno spazio definito da un grosso
tronco dorato, fittamente intersecato da foglie, serti fioriti
di lillà argentei e coppie di strani frutti, in un disegno di
grande raffinatezza, caratterizzato
dalla sapiente tecnica esecutiva che permette di campire in
maniera differenziata (a scacchetti,
ma anche a piccole losanghe, a righe, a canestro) le zone
interessate dagli interventi delle due trame
broccate, cui è totalmente affidata
la realizzazione del disegno “policromo”.
A fare da
sfondo ulteriori sagome amplificano
foglie e fiori, spesso lavorando in aggiunta agli elementi
dorati, suggerendo quindi una doppia lettura del motivo
decorativo, complicato dagli effetti lucido(opachi del damasco
di fondo.
L’astrazione
delle forme naturali, assieme alla soluzione
compositiva ad impianto
centralizzato, anche in relazione alla
scelta dei colori e al largo impiego delle trame metalliche cui
è assegnata l’opera, testimoniano la destinazione ecclesiastica
del tessuto che, per le caratteristiche sopra elencate, è
assegnabile al terzo quarto del XVIII secolo, pur riprendendo
impostazione e motivi del secolo precedente, secondo una
consuetudine “conservatrice” che caratterizza le stoffe
destinate alla chiesa e all’arredamento.
La sapiente
tecnica esecutiva e il largo impiego dei filati metallici,
assieme all’elevato numero dei fili d’ordito e delle trame, ne
certificano la produzione veneziana, assicurata peraltro dalla
lavorazione delle cimose verdi, in ottemperanza alla normativa
della Serenissima in materia di tinture.
 |
Misure: cm.
101x64,5; 109x27; 48x29; 26x26; 55x50,5
Definizione tecnica:
lampasso (ad effetto damasco) lanciato
broccato.
Costruzione:
lampasso fondo in saia da 1 lega 3, direzione
Z, controfondo in
gros lavorati da tutti i
fili dell’ordito e da tutti i colpi della trama
di fondo, (entrambi di
colore rosaceo); un ordito supplementare, con
funzione di legatura ferma una delle due trame
broccate (quella filata
su seta gialla) lavorando una saia da 3 lega 1,
direzione S; un altro lavora in taffettà con la
trama lanciata gialla che ha funzione di trama di
accompagnamento.
Ordito
di fondo e di legatura:
organzino di seta, due capi, torsione S,
rosaceo.
Trama
di fondo: seta, a più
capi, leggera torsione a S, rosaceo.
Trama lanciata:
seta, a più capi, leggera torsione a S, giallo
(con funzione di trama di accompagnamento).
Trame
broccate: argento
filato S su seta bianca, doppio, che
lavora assieme alla trama di
accompagnamento; argento filato Z,
riant, su
seta ondata bianca..
Cimose: cm. 1 in raso lavorato da un ordito verde,
con due cordelline
esterne in canapa naturale e dalla trama
di fondo assieme a quella
lanciata.
Galloni:
cm.
3,7 in
argento filato S su seta bianca e gialla a forte
torsione; motivo geometrico a losanghe bucherellate
disposte in successione verticale e distanziate da
campiture piene, interessate da
brevi segmenti. Entrambi i lati terminano con
piccoli smerli.
Fodera: si
conserva quella
originale, mentre è stata sostituita da un rasatello
di cotone rosso nella pianeta e azzurro elettrico
nel velo da calice.
Condizioni:
buone. La compattezza del tessuto ne ha garantito la
conservazione; il manipolo appare invece piuttosto
consunto e malamente
restaurato, con grossi punti a rammento. |
Parato liturgico composto da
pianeta, stola, manipolo e busta. Venezia (o ambito veneto),
terzo quarto del XVIII secolo.
Il motivo
decorativo, di ampie dimensioni
modulari, si articola su tutta l’altezza del tessuto, impostato
su di un asse verticale attorno al quale la composizione si
svolge simmetrica e speculare.
Il centro
del motivo è costituito da un vaso ansato, sottilmente profilato
in verde e sostenuto da due volute arricciate, descritte dalla
seta bianca: da questo fuoriesce un mazzo di
importanti dimensioni con tre grosse infiorescenze, delle
quali i due fiori laterali ricadono verso il basso, adagiati su
foglie dalle terminazioni uncinate, il tutto amplificato dal
verde di un fogliame simile alle felci.
Ai lati del
motivo principale si svolgono due sinuosi nastri in pizzo,
profilati da una successione di pallini che, snodandosi in
verticale, si trovano ad intrecciare un secondo elemento a
meandro, costituito da un esile stelo da cui si dipartono gruppi
di fiori, differenziati nella
policromia e nella caratterizzazione botanica, a riempire le
anse create dalla serpentina principale, in pizzo bianco.
Questo
doppio meandro, con il suo svolgersi, viene a definire uno
spazio centrale a medaglione allungato e aperto, all’interno del
quale campeggia il già descritto motivo del vaso ansato, che si
ripete nella successione in verticale.
Sul fondo
del tessuto il damasco, appena percettibile, interviene ad
amplificare la composizione che si caratterizza per la ricca
policromia, aggiungendo ulteriori
elementi fioriti e fogliati, e
raddoppiando lo spessore del nastro con l’aggiunta di smerli
descritti tono su tono, in cui sono contenuti fiorellini
stellati a otto punte.
Il motivo,
piuttosto semplice nell’esecuzione – che non prevede
l’intervento del tratteggio spolinato
– appare comunque apprezzabile per la
freschezza e la vivacità delle tinte, accostate per contrasto,
ed è assegnabile a manifattura veneziana o più genericamente di
ambito veneto, in considerazione della scarsa qualità dei filati
impiegati.
Per quanto
riguarda la datazione, il motivo del doppio meandro, qui ancora
presente assieme ad un rigido impianto
compositivo centralizzato, lascia supporre una datazione
piuttosto tarda, intorno al terzo quarto del XVIII secolo, anche
in relazione alla profondità delle
anse definite dallo svolgersi del merletto e alla resa
semplificata delle varietà botaniche, di derivazione orientale.
 |
Misure: cm.
101,5x73; 204x21; 97x22; 21x20
Definizione tecnica:
damasco classico broccato.
Costruzione:
damasco fondo in saia da 1 lega 4, direzione
Z, controfondo in saia
da 4 lega 1, direzione S; decoro
ad opera di dieci trame
broccate in seta policroma, legate à
liage
répris da ¼ dei fili
in saia da 4 lega, direzione S.
Ordito
di fondo: seta, due
capi, torsione S, giallo ocra.
Trama
di fondo:
filaticcio di seta, più
capi di diverso spessore, s.t.a.,
giallo.
Trame
broccate: seta, a
tre capi,
s.t.a., nei seguenti colori: viola,
verde in nuances,
prugna, quattro toni di rosa, celeste, azzurro.
Cimose: tagliate.
Galloni:
cm. 3,3 e cm.
1,5 in
argento filato su seta bianca e gialla, con motivo
geometrico a segmenti zigzaganti
che creano scomparti entro i quali, con
direzione opposta, riposano infiorescenze astratte.
Fodera: in
rasatello di cotone rosso, recente.
Condizioni:
piuttosto buone nel complesso; a tratti le
trame broccate
risultano consunte, anche
per la scarsa torsione del materiale, di qualità
piuttosto scadente. Rimessa a modello di recente,
pare sia stata incollata e stirata, ragione per cui
alcune delle trame appaiono piuttosto schiacciate.
Lungo lo scollo è un merletto meccanico. |
Frammento
di tessuto per uso liturgico. Francia, terzo quarto del XVIII
secolo.
Riferibile alla
tipologia “a meandro”, benché il consueto tralcio sia stato
annullato cromaticamente e tradotto dagli interventi
liseré della trama
di fondo, a descrivere un etereo
nastro costituito dalla concatenazione in verticale di elementi
cuoriformi, elegantemente campiti con un motivo a piccola
scacchiera, forse a ricordare la trasparenza del
tulle.
Nelle anse create dal meandro a
monocromo sono alloggiati singoli fiordalisi, ritratti in tre
varianti cromatiche (azzurro/rosa/nocciola) con uno stelo
sinuoso, intersecato da un grappolo di fruttini; il serto si
arricchisce poi di due foglie simili, simmetricamente poste ai
lati.
La relativa assenza di colore del
meandro suggerisce una lettura del motivo decorativo secondo
parallele orizzontali sfalsate, lungo
le quali i mazzolini trovano una
leggera inclinazione verso destra e sinistra.
La progressiva semplificazione
del disegno, ormai articolato in piccoli gruppi fioriti vaganti
sul fondo chiaro del tessuto, in corrispondenza della presenza
“celata” del meandro – descritto senza l’ausilio del colore –
avvicinano il frammento alle soluzioni di fine secolo,
anticipandone l’imminente sviluppo: questi gli elementi che
portano a datare il frammento al terzo quarto del Settecento, in
una fase conclusiva della lunga stagione che ebbe questa
apprezzata tipologia decorativa.
La presenza del
point-rentré nella
descrizione dei soggetti policromi sembra supportare
l’assegnazione a manifattura francese.
 |
Misure: cm. 95 x
36
Definizione tecnica:
gros de
Tours
liseré broccato.
Costruzione:
gros de
Tours lavorato da tutti
i fili dell’ordito di fondo
e da tutti i colpi della trama di fondo che
interviene nella descrizione del disegno mediante
slegature così come
avviene per le trame broccate
in sete policrome. Si rileva la presenza del
point-rentré nei
passaggi tonali.
Ordito
di fondo: organzino
di seta, due capi, torsione S, avorio.
Trama
di fondo: seta, a 3
capi, leggera torsione a S, avorio.
Trame
broccate: seta, a
tre capi,
s.t.a., nei seguenti colori: beige,
ecrù, bianco, due toni
di marrone, rosa, celeste, azzurro, giallo, verde
erba.
Cimose:
(sinistra) cm. 0,65 in saia da 1 lega 3, direzione Z
lavorata da un ordito giallo e dalla trama
di fondo avorio; termina
con due cordelline in
canapa naturale.
Condizioni:
ottime; si rileva solo qualche piccolo foro e alcune
macchie. |
Parato
liturgico composto da pianeta, stola, velo e busta. Francia o
Venezia, 1775-1780 ca.
Tessuto di
grande semplicità esecutiva, identificabile con quelli in uso in
Francia col nome di amboisiennes
(secondo quanto affermato da M. Pauler
nel 1778) e diffuso a partire dagli anni ’70 ad opera delle
manifatture francesi.
Il motivo,
impostato su di un fondo tracciato da sottili partiture
verticali descritte tono su tono si
articola in mazzolini policromi,
disposti su parallele orizzontali sfalsate, all’interno d’uno
schema a scacchiera che contempla anche piccole margheritine
azzurre, alternate a bacche e boccioli gialli (lavorati dalla
seta ondata).
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Misure: cm.
107x74; 212x27; 56,5x48,5; 24x24
Definizione tecnica:
pèkin
broccato.
Costruzione:
pèkin di
due armature, fondo in taffettà lavorato da tutti i
fili dell’ordito di fondo
e da tutti i colpi della trama di fondo, entrambi di
colore bianco; un ordito di pelo, montato ad
intervalli regolari, lavora un
cannelé
simpleté di quattro colpi e un colpo;
opera per trame broccate,
slegate secondo il disegno.
Ordito
di fondo e di pelo:
organzino di seta, due capi, torsione S, bianco.
Trama
di fondo: seta, a più
capi, leggera torsione a S, bianco.
Trame
broccate: seta, a
più capi, torsione S, nei seguenti colori:
bianco, tre toni di rosa,
rosso, azzurro, due toni di verde; seta ondata
giallo topazio.
Cimose: cm. 0,5
lavorate in taffettà dalla trama di fondo e da un
ordito rosso; terminano con quattro cordelle in
nuances
(bianco, nero, giallo)
Galloni: cm. 3,3,
cm. 1,7 a profilare la pianeta; cm. 1,9 sul
velo da calice. In argento
dorato lamellare e filato S su seta gialla, con un
motivo a ventaglietti
lavorati a fuselli.
Fodera: recente,
in rasatello di cotone rosa; il velo da calice
conserva la fodera antica in taffettà rosa corallo,
al di sotto di quella
attuale, recente.
Condizioni:
precarie; il tessuto risulta
piuttosto danneggiato dalle condizioni in cui viene
conservato, tenuto appeso ad una gruccia che ne
sollecita la tenute delle fibre – soprattutto in
ordito – in corrispondenza delle spalle.
Anche le parti
perimetrali della veste hanno subito uguale sorte,
per le tensioni provocate da una
foderatura troppo
stretta che crea nuove piegature e tagli. Il velo da
calice invece, seppur diffusamente macchiato, appare
in buono stato. |
ORATORIO DEL
BEATO ERICO
Costruito
nel 1912 sul luogo dove si trovava la povera baracca di legno
dove il Beato Enrico da Bolzano visse facendo il boscaiolo per
circa venti anni della sua vita, ora si trova sul confine tra
Sant’Elena di
Silea, Cendon e Biancade.
Enrico da
Bolzano, nato verso la metà del XIII secolo in
Tirolo, si trasferì in terra
trevigiana probabilmente in
occasione di un suo pellegrinaggio a Roma (forse per il celebre
primo giubileo del 1300), portando con sé la moglie e il figlio
Lorenzo. Decise allora di fermarsi su un podere del conte
di Collalto,
posto a Biancade, esercitando il mestiere di boscaiolo.
Divenuto anziano, si trasferì in
città, dove visse umilmente e devotamente, mendicando le offerte
da distribuire ai numerosi poveri della città, mortificandosi e
conducendo un’intensa vita di pietà e di preghiera.
Morì a
Treviso il 10 giugno del 1315 con fama di santità, avendo
compiuto numerosi miracoli ancora da vivo; ad esempio, mentre
stava pregando durante un acquazzone, ai piedi del campanile del
battistero, i suoi vestiti rimasero asciutti.
Alla sua morte tutte le campane di
Treviso iniziarono a suonare da sole. I numerosi miracoli
registrati dopo il decesso richiamarono
in città folle di pellegrini, provenienti da tutta l’Italia e da
vari Paesi europei. Ebbe culto e fama in molte chiese del Nord
d’Italia, dell’Istria, del Tirolo e
dell’Austria, dove le sue immagini sono
ancor oggi molto diffuse (come all’interno della cattedrale di
Santo Stefano di Vienna e in facciata del duomo di
Innsbruk).
E’
compatrono della diocesi di Treviso.
Il suo
sangue allo stato liquido è tuttora custodito in cattedrale di
Treviso.
Sul beato
Enrico da Bolzano esiste una letteratura sterminata: ne parlano
il Boccaccio (che nel
Decamerone ambienta
una novella attorno al feretro del beato), Gabriele D’Annunzio,
numerosi papi e una schiera innumerevole di storici.
Una statua
lignea, posta all’interno della chiesetta di
via Beato Erico rappresenta l’umile boscaiolo in atto di
appoggiarsi ad un bastone, col cappello sotto il braccio e le
scarpe malandate, ma con il volto sereno. E’ opera di Francesco
Martiner di
Ortisei (1914).
Il capitello antistante alla
chiesetta risale al Settecento; vi era venerata la statua lignea
di Antonio Chiesa, ora nella
Parrocchiale.


CHIESA DI
SANTA MARIA DI CASTELLO IN BIANCADE, VULGO DI SAN
VALENTINO
Il nome
della località deriva dal fatto che nel luogo esisteva un antico
castello, oggi scomparso ma documentato da reperti archeologici,
probabilmente costruito in età romana al posto di un più antico
“castelliere” dell’età del Bronzo o
paleoveneto. Questa antica struttura era insediata sopra
un rialzo del terreno, ancora ben visibile ad est della locale
chiesa, oltre il fiume Musestre ed
era delimitata da una serie di canali che tuttora disegnano sul
terreno forme geometriche, romboidali e semicircolari. Sopra
quest’area esistevano dei terrapieni
a difesa di un probabile villaggio, che sono stati spianati non
molti decenni fa ed ora rimangono
confermati solo dai rilievi catastali.
La chiesa
sorge al centro di un paesaggio suggestivo,
lungo la riva del fiume Musestre. E’
dedicata a Santa Maria, anche se
popolarmente è detta “chiesa di San Valentino”. Su di
essa aveva
sgiuridizione l’Abbazia di Nervosa.
Di
origine
altomedioevale, documentata fin dal 1231, la chiesa fu
ricostruita nel Cinquecento; il campanile venne innalzato nel
1560, come attesta una lapide collocata su di esso.
Secondo la
tradizione, era la chiesa frequentata dal beato Enrico da
Bolzano e si tramanda che vi siano
sepolti la moglie ed il figlio Lorenzo.
L’interno è
spoglio, fatta eccezione per un artistico altare ligneo dipinto
in azzurro e oro, del XVI secolo e
per alcuni brani d’affresco, di autore pregevole, portati alla
luce nel corso nel restauro complessivo del compendio
architettonico eseguito nell’ultimo decennio del Novecento.


CHIESA DI
SANT’ANDREA DI RIUL
L’oratorio,
di antichissima origine, è costruito
vicino al corso d’acqua denominato Riul
ed è testimoniato fin dagli inizi del Duecento.
In età
medioevale la cappella aveva un proprio sacerdote officiante e
il cimitero attiguo; dipendeva dall’abbazia
collaltina di Sant’Eustachio
di Nervesa e fu oggetto di numerose
contese tra Biancade e le parrocchie contermini (S. Biagio,
Monastier,
Rovarè, Spercenigo).
La cappella
venne abbandonata all’incuria e
crollò probabilmente già nel tardo medioevo. Il luogo dove essa
sorgeva era ritenuto “miracoloso”, poiché
si notava che sul sedime
dell’edificio sacro non cresceva l’erba; a
giudicare la natura miracolosa del fatto nel 1593 venne fatto
intervenire lo stesso abate di Nervesa
il quale, recatosi sul posto, ordinò al proprietario del terreno
di riedificarvi il sacro edificio. Il proprietario si
limitò però a costruire un capitello,
che si può osservare anche nella cartografia del 1680 circa.
L’attuale
oratorio fu ricostruito nel 1884 sul fondo di proprietà dei
nobili Morosini, al posto del
capitello.


CAPITEL
TONDO
Dedicato a
Sant’Antonio da Padova, è uno dei rari capitelli a pianta
circolare esistenti nel Veneto e risale al XVII secolo.

CAPITELLO
DELLA MADONNA
IN VIA
CARBONCINE
Sulla soglia
sta scolpita un’iscrizione che ricorda che lo fece costruire nel
1661 la Confraternita del Santissimo Sacramento, quando
ne era gastaldo “Missier
Lorenzo Voltarello”. La statua della
Madonna Nera che vi era alloggiata è stata rubata nel 1982.

CAPITELLO
DELLA MADONNA
IN PIAZZA A
BIANCADE
In origine
il capitello sorgeva al centro dell’incrocio tra le vie
D’Annunzio, Carboncine e
Darj (dove ora c’è l’aiuola
spartitraffico). Venne abbattuto e
ricostruito nel 1950 sull’angolo di via
Carboncine, all’ingresso delle scuole elementari del
paese (poi demolite per lasciare spazio al Centro Sociale), in
una posizione più arretrata per consentire la sistemazione
stradale.

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