BIANCADE - San Giovanni Battista (24 giugno)
Chiesa parrocchiale, + 1563
Via P. Bordon, 3 - 31030 - Com. Roncade, prov. Treviso, km 11 -
tel. 0422/84.90.12.
R.P.G. n. 186 - 22.09.87

Parroco: Volpato don Giuseppe, 1999.

Biancade: abitanti 3.288 al 21/09/2005
Comune di Roncade: abitanti 13.123 al 21/09/2005
 
Comunità Parrocchiale
San Giovanni Battista di Biancade (TV)
ultimo aggiornamento: lunedì 07 gennaio 2008

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BIANCADE:

storia e opere d’arte

  

Parrocchia di Biancade
Parroco Don Giuseppe Volpato
Testi di Ivano Sartor
Aprile 2005
A cura di Antonella Bettiol

 

BIANCADE

 

Molto probabilmente Biancade deve l’origine del suo nome al caratteristico colore pallido della sua terra, oppure alle “sbiancade” che venivano prodotte all’interno dei boschi locali dopo che le popolazioni della zona, verso il Mille, intensificarono la coltivazione dei campi e diedero impulso al disboscamento del territorio.

Frazione del Comune di Roncade (Treviso), Biancade costituisce attualmente un importante centro produttivo della fabbricazione di mobili e arredamenti.

Fino al 1877 la frazione apparteneva territorialmente al Comune di Spercenigo. Poi, a causa di attriti tra le rispettive autorità locali e soprattutto per il non pacifico fatto che la sede municipale era stata posta a Biancade, il Comune venne soppresso; le frazioni di Spercenigo, Nerbon e San Floriano-Olmi vennero accorpate a San Biagio di Callalta, mentre quella di Biancade passò al Comune di Roncade.


 

BIANCADE NELLA STORIA

La Preistoria

Gli scavi archeologici effettuati tra il 1992 e il 1994 in località Sant’Andrea di Riul, nei pressi del fiume Vallio, hanno documentato una presenza umana in due distinte fasi, una del Neolitico Antico (fine V – inizi IV millennio a.C.) e un’altra appartenente alla cultura detta dei “vasi a bocca quadrata” (seconda metà del IV millennio a.C.). Sul sito, nei pressi di un paleoalveo del Vallio, sorgeva un antico villaggio.

Una fibula in bronzo ad arco serpeggiante con elementi fitomorfi ritrovata nel 1981 vicino alla chiesetta di Sant’Andrea di Riul conferma la continuità dell’insediamento nel periodo paleoveneto (il reperto viene datato tra il 675 e il 525 a.C.).

Altre tracce visibili della collina su cui sorgeva il Castello di Biancade e la morfologia del territorio nell’omonima località documentano ulteriori presenze insediative, inquadrabili nel periodo dell’ultimo Bronzo e della prima Età del Ferro.

 

Il Periodo Romano

Biancade, nell’epoca romana, faceva parte dell’Agro Altinate Orientale.

Testimonia questo periodo soprattutto il passaggio della strada imperiale Claudia Augusta Altinate, fatta costruire dall’imperatore Claudio e ultimata nel 47 d.C.

L’arteria romana partiva da Altino, attraversava il fiume Sile a Musestre con un ponte di pietra e continuava sino al Narbonia vicus (Nerbon), da dove proseguiva verso  Feltre, per poi travalicare le Alpi ed arrivare fino al Danubio, oltre Augusta Vindelicorum (odierna Augsburg). Alcuni tratti dell’antico tracciato, ora denominato popolarmente Lagozzo, sono visibili nelle campagne tra Roncade e Sant’Elena e costituiscono la delimitazione dei confini tra Biancade e il territorio di Silea.

Numerosi e disseminati un po’ in tutto il territorio della frazione sono i reperti archeologici appartenenti a questo periodo: iscrizioni lapidee (ora al Museo Civico di Treviso), urne cinerarie, materiale fittile, laterizi, monete.

 

Il Periodo Medioevale

Tutto il territorio fu soggetto alle scorrerie dei barbari che più volte invasero l’Italia dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente.

Si narra che nel 452 d.C. la via romana Claudia Augusta sia stata percorsa da Attila che si recava alla conquista di Altino. Su questo evento sono fiorite leggende popolari.

In questo periodo Biancade fu sotto la giurisdizione dei conti di Treviso, poi detti di Collalto, che qui possedevano vasti fondi e un castello, ora non più esistente, anche se documentato.

 

Il Periodo Comunale

Durante la giurisdizione di Treviso e nella successiva fase del dominio della Repubblica di Venezia (1338-1797) anche nella “regola” di Biancade esisteva una vita sociale amministrata dalla “vicinìa”, cioè la comunità dei capi famiglia del vicinato, che assumeva le principali decisioni riguardanti la vita locale, sia civile, sia ecclesiastica. Tale comunità rurale aveva dei propri organi rappresentativi che si riunivano in occasione degli atti e delle decisioni più importanti: solvere le tasse, ricostruire la chiesa, affittare le poste delle pecore, assicurare alla giustizia i malfattori e così via.

 

Il Periodo della Repubblica Veneta

Il dominio della Repubblica Veneta si ebbe nel XIV secolo, con un periodo di pace e di relativo progresso economico.

Molte famiglie nobili di Venezia proseguirono i loro programmi di acquisto di nuovi fondi in terraferma, innalzando su di essi delle graziose dimore: in queste ville essi risiedevano nelle stagioni più clementi dell’anno e da qui seguivano la gestione delle loro vaste proprietà fondiarie. Inoltre, essendo il territorio ampiamente ricoperto da boschi, diedero impulso ad un’opera di disboscamento, rivolta al rifornimento di legname e alla costruzione di nuove navi per la loro flotta. I tronchi d’albero venivano trasportati a Venezia tramite un canale, ora scomparso, che affiancava la strada romana Claudia Augusta.

Per comodità di trasporto e delle relazioni con la città di Venezia, in genere le ville venete venivano costruite nei pressi dei fiumi. Lungo l’asta fluviale del Musestre ne rimangono ancora oggi dei bei esemplari: villa Morelli (in località Ca’ Morelli, secc. XVI-XVII), villa Barbarigo poi Selvatico (sec. XVI), villa Morosini (secc. XVI-XVIII), villa Calvi (ora Frasson, sec. XVIII), villa Flangini-Darj (sec. XVI-XVIII).

 

LA CHIESA PARROCCHIALE DI BIANCADE

Poiché il nome di Biancade deriva da un “germanismo” (blank) e ha una desinenza tipica delle zone della Langobardia e considerato anche che il culto a San Giovanni Battista, che vi è titolare, venne diffuso soprattutto ai tempi della regina Teodolinda, la presenza di una chiesa di Biancade è da far risalire almeno al periodo longobardo (in particolare ai secc. VII-VIII).

In ogni caso, l’attestazione documentaria della cappella di Biancade, compresa nella Pieve di San Biagio di Callalta e soggetta alla giurisdizione dell’abbazia collaltina di Nervesa, risale alla bolla concessa il 22 marzo 1231 da papa Gregorio IX all’abate narvesiano Bonincontro (o Boningerio) di Nervesa; nel testo vi si legge l’enumerazione delle chiese di suo patronato, tra le quali quelle di Sant’Ulderico di Musestre, Tutti i Santi di Roncade, San Giacomo di Selva (ora di Roncade), San Giovanni di Biancade, Santa Maria di Castello di Biancade, Sant’Andrea di Riul.

La parrocchiale di Biancade venne ricostruita sulla riva del fiume Musestre nella forma attuale nel 1492; al 1493 risale invece il campanile.

Nel 1903 la chiesa venne ristrutturata e innalzata di quasi tre metri, decorata di una nuova facciata e di un soffitto interno affrescato. 


 

 

OPERE D’ARTE

L’opera più pregevole custodita nella parrocchiale di San Giovanni Battista è la pala dell’altare maggiore, che raffigura una Sacra Conversazione, eseguita verso il 1531 dall’insigne pittore Paris Bordon (1500 Treviso – 1571 Venezia), allievo del Tiziano. La pala centinata è eseguita su tela ed è sormontata da un Eterno Padre dello stesso autore, dipinto su tavola, incastrato nell’artistica alzata lignea dell’altare.

Sulla pala campeggiano le immagini della Madonna con il Bambino, San Giovannino Battista, San Pietro Ap., San Giuseppe, San Marco Ev. e San Liberale, questi ultimi due rispettivamente patroni della Serenissima Repubblica e di Treviso.  

Il dipinto su tela raffigurante La Fede, di dimensioni ottagonali (cm. 250 circa di diametro), incastonato sul soffitto del presbiterio, venne eseguito da Francesco Zugno, un artista della scuola del Tiepolo che realizzò numerose opere anche per la vicina chiesa roncadese.

Il quadro venne pagato nel 1752, come documenta una nota di spesa segnata in un registro dell’archivio parrocchiale.


 

All’interno della chiesa di possono ammirare anche altre opere del XVIII sec.

Innanzitutto una Sacra Conversazione, posta sull’altare dedicato a Sant’Antonio da Padova, eseguita nel 1732 da Bartolomeo Litterini, raffigurante al centro Sant’Osvaldo re e vari altri santi (Lucia, Apollonia, Agnese, Agata, altra martire non riconoscibile, Marta, Antonio abate, Francesco d’Assisi che riceve le stimmate e Francesco di Sales).

La pala con La Beata Vergine ed il Bambino con i Santi Simone e Giuda, posta sopra un altro altare laterale venne eseguita nel XVIII sec. da Michelangelo Morlaiter per l’oratorio di villa Calvi (ora Frasson) di Biancade, da dove è stata trasferita.

 

Nel soffitto della chiesa appare un affresco Il Battesimo Di Cristo inizio secolo XX.

 

I quattro altari minori

-         Altare della Madonna, costruito nel 1696. La statua della Madonna con il Bambino assisa in trono venne eseguita dall’intagliatore Francesco De Mori di Treviso nel 1858.

 

-         Altare di Sant’Antonio da Padova (nel corso del700 era dedicato a Sant’Osvaldo re). Vi si osserva un artistico tabernacolo in marmo con portina in argento, raffigurante il Beato Enrico da Bolzano vestito di una lunga tunica, con il bastone nella destra e il cappello nella sinistra. La figura del Beato si staglia su uno sfondo con tre torri campanarie della città di Treviso in ogni lato ed ha espressione di melanconia, di umiltà, risultando nel contempo altamente maestosa. A fianco dell’altare è stata collocata la statua lignea del Beato Enrico da Bolzano, opera di Antonio Chiesa (metà sec. XVIII).

 

-         Gli altri due altari minori della navata, addossati nella parete vicina al presbiterio, sono dedicati rispettivamente a San Giuseppe e a Sant’Anna. Le pale sopra i due altari sono state collocate in epoca recente, al posto di due tele del Settecento rubate nel 1980. Sul primo si osserva la tela del Morlaiter; sul secondo una tela centinata d’ignoto autore raffigurante il Beato Enrico da Bolzano in orazione (fine sec. XVIII).


 

 

 

L’organo meccanico, a una tastiera, è stato costruito da Angelo Agostini di Padova nel 1876, riutilizzando le canne metalliche del precedente strumento eseguito verso il 1758 da Nicolò Moscatelli. Collocato in cantoria lignea decorata, sopra l’ingresso principale della chiesa, è chiuso in una cassa armonica arricchita di bei fregi.

E’ stato restaurato nell’anno 1989 dalla ditta Alfredo Piccinelli di Padova.

Rientra nel novero degli strumenti storici più importanti della diocesi.


 

 

Parato liturgico composto da pianeta, stola e velo da calice. Venezia 1720-1730 ca.

Il motivo decorativo, di grandi dimensioni modulari, si sviluppa su tutta l’altezza del tessuto, articolato su di un asse centrale rispetto al quale il disegno si dispone in modo simmetrico e speculare.

Si tratta di un motivo floreale, caratterizzato da un trionfo di tre grandi infiorescenze di tulipano, riprodotte in due toni di rosa carico e piuttosto contrastante, in cui il fiore centrale viene descritto frontalmente e completamente aperto, mentre gli altri due tulipani, collocati ai lati in posizione ricadente verso il basso, anch’essi aperti e sfrangiati, sono avvicinati ad un bocciolo di rosa.

Tale composizione, fittamente circondata da foglie nervate e intrecciate ad un folto gruppo di steli sovrapposti, viene sostenuta da una rigonfia struttura che si articola in volute barocche e potenti riccioli, finemente profilati dalla trama lanciata verde e viene ulteriormente arricchita da elementi decorativi a piccoli girali, fiorellini e campanelli.

La struttura si svolge dal centro allargandosi verso i lati, a risalire in forma di medaglione tondeggiante, interrotto dalla vivace policromia delle specie botaniche (dalie, peonie, convolvoli, tulipani e altri fiorellini di piccole e medie dimensioni) fino a racchiudersi al centro in due rigonfi riccioli, sovrastati da un gruppo fiorito di minori dimensioni rispetto a quello già descritto, che pur richiama nell’accostamento delle tinte.

La fitta presenza di questi tessuti – nelle numerose varianti tipologiche – impiegati nella confezione di paramenti liturgici in area veneta e soprattutto nel Trevigiano, fanno propendere per un’assegnazione a manifattura lagunare, supportati anche dall’accuratezza esecutiva delle cimose.

Gli elementi caratterizzanti il disegno, in particolare le grosse cornici ancora barocche, e la mancanza del point rentré nei passaggi tonali dei fiori – le cui forme fortemente plastiche vengono descritte semplicemente accostando piatte campiture di colore – collocano il tessuto, destinato all’abbigliamento femminile, alla fine del primo quarto del Settecento.

Misure: cm. 103,5 x 71; 220 x 26; 54,5 x51

Definizione tecnica: lampasso lanciato broccato.

Costruzione: lampasso fondo in gros lavorato da tutti i fili dell’ordito di fondo e da tutti i colpi della trama di fondo (entrambi di colore bianco). Opera per una trama lanciata (verde) e sette trame broccate in sete policrome, presente ad ogni colpo della trama di fondo, legate in saia da 3 lega 1, direzione S da un ordito di legatura bianco presente in proporzione di ¼ rispetto a quello di fondo.

Ordito di fondo e di legatura: organzino di seta, due capi, torsione S, bianco.

Trama di fondo: seta, a più capi, leggera torsione S, bianco. Trama lanciata: seta, due capi, s.t.a., verde.

Sette trame broccate: seta, a più capi, leggera torsione S, nei seguenti colori: beige, melanzana, rosa corallo, rosa antico carico, azzurro, pervinca e giallo.

Cimose: cm. 0,9 lavorate in gros da un ordito in nuances (bianco, verde, celeste) e dalla trama di fondo assieme a quella lanciata; terminano con due cordelle esterne bianche

Galloni: cm. 3,8 x cm. 1,6 in seta gialla e argento su seta bianca, con motivi geometrici a segmenti intrecciati. Il velo da calice è invece profilato da un gallone settecentesco a ventaglietti, realizzato a fuselli.

Fodera: in rasatello di cotone rosso, recente. Il velo da calice, al di sotto della fodera recente, presenta quella antica in taffettà verde erba.

Condizioni: perdita localizzata delle trame broccate, dovuta alla scarna torsione dei filati. Il recente intervento di foderatura provoca delle brutte pieghe, soprattutto sulle spalle – la pianeta viene riposta appesa in un armadio – causate dal nuovo tessuto, tagliato troppo stretto rispetto alle reali necessità della veste sacra. Il telo centrale della croce è stato sostituito con un tessuto simile nei colori.

 

 

Parato liturgico composto da due tunicelle, stola e tre manipoli. Venezia 1730-1740 ca.

Motivo decorativo ad impianto centralizzato, il cui sviluppo occupa tutta l’altezza del tessuto.

Al centro, in posizione dominante, è un importante trionfo di fiori, dominato dalle esagerate dimensioni d’un grande tulipano completamente sbocciato, cui fanno da corona piccoli boccioli e altri tulipani chiusi e aperti, nonché coppie di narcisi e di fiori – forse dalie – descritti con colori non realistici.

Ad amplificare la composizione, posta al centro di uno spazio a maglia romboidale, sono le foglie oblunghe tipiche del tulipano e numerosi steli verdi.

La mensola gialla, che regge  il trionfo vegetale posto al centro del motivo, viene ad articolarsi lateralmente in complesse volute “perlinate”, variamente risolte in foglioline frastagliate, piccole melagrane e campanelline, sullo sfondo d’una lavorazione a piccoli scacchetti che suggerisce forse il tulle per la sua trasparenza, ed è fittamente intersecata da grosse inflorescenze spampanate di dalie, peonie, altri tulipani e piccoli fiori, raccolti in gruppi di colore azzurro.

La ricca e variata struttura compositiva termina con una punta dove, prima di riprendere con la ripetizione successiva, fa da cornice ad una maglia di minori dimensioni, descritta da varietà botaniche già presenti nella composizione.

La grande ricchezza e vivacità cromatica delle specie floreali, descritte per brevi campiture piatte a suggerire le forme ampiamente plastiche, compare qui in un disegno piuttosto accurato e raffinato, fittamente solcato e intervallato dai frequenti cambi di colore, in una esecuzione che richiama le soluzioni lussureggianti che negli stessi anni vanno sviluppandosi secondo altri tracciati: le forme aperte dei tulipani, le loro grandi dimensioni, lo spiccato naturalismo che li differenzia da altri simili, riportano al secondo quarto del XVIII secolo, in una fase contemporanea rispetto alle ricche composizioni disposte secondo lo schema “a isolotti”, cariche di frutta e verzura, in cui i fiori sono descritti in forme amplificate e rigonfie, in un’atmosfera di crescente interesse per il naturalismo.

Misure: cm. 102x131; 101,5x131; 22x23; 95x22,5; 91x24; 92x24,5

Definizione tecnica: lampasso lanciato broccato.

Costruzione: lampasso fondo in gros lavorato da tutti i fili dell’ordito di fondo e da tutti i colpi della trama di fondo (entrambi bianchi). Un ordito di legatura, in proporzione di ¼ rispetto a quello di fondo, ferma la trama lanciata verde e quelle broccate in sete policrome, lavorando una saia da 3 lega 1, direzione Z.

Ordito di fondo e di legatura: organzino di seta, due capi, torsione S, a fili doppi, bianco.

Trama di fondo: seta, a più capi, s.t.a., bianco.

Trama lanciata: seta, a più capi, leggera torsione S, verde.

Trame broccate: seta, a più capi, leggera torsione S, nei seguenti colori: giallo, cinque toni di rosa, roso mattone, azzurro, pervinca, rosso.

Cimose: cm. 0,1 in gros lavorato dalla trama di fondo assieme a quella lanciata e da un ordito costituito da due cordelle bianche.

Galloni: cm. 3,4 in argento filato su seta bianca e seta gialla, con un motivo geometrico che richiama quello “a mazze”: si tratta di segmenti interrotti con andamento alterno destra/sinistra, sfalsati.

Fodera: in taffettà giallo.

Condizioni: ottime. Entrambe le funicelle sono state confezionate con pezzi di tessuto interi, certamente non di recupero.

 

Baldacchino processionale. Venezia 1735-1740 ca 

Il motivo decorativo, piuttosto esteso nel senso della lunghezza, compare in tre ripetizioni all’interno dell’altezza del tessuto, con un’evidente disposizione in diagonale, direzione Z.

La tipologia decorativa, piuttosto consueta tra i tessuti documentati nelle chiese del territorio trevigiano, ripropone il ricorrente fondo bianco, anche se qui accostato alla delicata cromia degli elementi fitomorfi, assieme al verde piuttosto squillante, largamente impiegato nella descrizione delle foglie dalle sagome sinuose e arricciate.

I soggetti floreali, descritti in una fase i massima apertura, suggeriscono forme tondeggianti, poco attente alla realtà naturalistica delle specie botaniche, campite da zone piatte di colore e senza alcuna ricerca chiaroscurale.

Se gli oblunghi frutti ricordano ancor le forme care ai tessuti bizarres, la disposizione in diagonale ci riporta anche alle soluzioni “ad isolotti” degli anni Trenta, in una serrata concatenazione in diagonale all’elemento successivo, così come le forme dei fiori esprimono pienamente il crescente gusto per il naturalismo, ragione per la quale il tessuto viene a collocarsi tra il 1735 e il 1740.

Soluzioni simili, con andamento asimmetrico, sono poco documentate.

La buona altezza della pezza e l’accuratezza con cui sono state realizzate le cimose, nonché la massiccia presenza di esempi simili in ambito veneziano, fanno propendere per un’attribuzione a manifattura lagunare.

Misure: cm. 202 x 110

Definizione tecnica: lampasso lanciato.

Costruzione: lampasso fondo in gros de Tours lavorato da tutti i fili dell’ordito di fondo e da tutti i colpi della trama di fondo (entrambi bianchi). Opera assegnata ad una trama lanciata,variata nel colore, fermata da un ordito di legatura bianco in saia da 3 lega 1, direzione S.

Ordito di fondo e di legatura: organzino di seta, due capi, torsione S, bianco.

Trama di fondo: seta, a più capi, leggera torsione S, bianco.

Due trame lanciate: seta, a più capi, s.t.a., verde; seta, a più capi, s.t.a., in rosa corallo, carnacino, violetto e avorio.

Cimose: cm. 0,6 lavorate in taffettà a disposizione (rosso/bianco/rosso) e dalla trama di fondo assieme a quella lanciata verde.

Galloni: frangia in cotone giallo.

Fodera: in tela di lino di colore carnacino per il cielo, taffettà rosso cremisi per le cadute.

Condizioni: Il baldacchino è stato realizzato con due fasce ricavate nell’altezza del tessuto, cui è stata fatta una piccola aggiunta laterale, cucita su tutta la lunghezza; le cadute sono invece confezionate con numerosi frammenti cuciti, fra i quali sono anche due pezzi di damasco rigato. Le parti perimetrali , sottoposte a forte tensioni nel corso delle processioni (in occasione delle quali il baldacchino continua ad essere impiegato) appaiono piuttosto provate, presentando numerosi strappi dovuti alla rottura dei fili d’ordito. A tratti alcune delle trame lanciate, soprattutto quella rosa carne, sono scomparse per la scarsa torsione del filato. Qualche buco, in parte rammendato.

 

Parato liturgico composto da pianeta, stola, manipolo e velo da calice. Venezia 1735-1740 ca.

Motivo “ad isolotti” il cui modulo del disegno risulta essere piuttosto ridotto nelle dimensioni, rispetto ai consueti esempi di produzione lionese, ispirati allo stile Revel della metà degli anni Trenta.

Il tessuto, chiaramente riferito al gusto per la leggerezza e per le tinte chiare che andrà affermandosi verso la metà del secolo, si articola in piccole”isole” nelle quali, su di un terreno scosceso in cui è suggerita la ripetizione successiva, sono margherite e piccoli frutti azzurri, descritti in maniera semplicistica e senza alcun interesse per la resa chiaroscurale così come viene semplicemente accennata nella descrizione dell’alberello di agrumi – a doppia chioma ad ombrello – in cui il verde è utilizzato in due tonalità contrastanti, impiegate in maniera tale da suggerirne una ripresa laterale.

Rispetto a queste soluzioni appare decisamente più accurata la descrizione del terreno in cui, seguendo piani dapprima solamente tratteggiati e poi percorsi da ondine in sequenza, ci si avvicina al profilo della zolla, dove le sfumature vengono realizzate con la tecnica del point-rentré, espediente con il quale il passaggio chiaroscurale tra due zone contrapposte avviene per tratteggi spolinati – che rientrano gli uni negli altri – a graduare il contrasto cromatico. L’andamento in diagonale, tipico delle composizioni “ad isolotti”, appare qui suggerito dall’inclinazione del pendio, scambiato nella ripetizione in verticale delle parallele sfalsate, all’interno delle quali il soggetto risulta piacevolmente variato nel colore dei frutti.

Questo tessuto riferibile a produzione veneziana per i delicati accostamenti cromatici e la presenza di un point-rentré solo parzialmente utilizzato nei passaggi di tono (in corrispondenza delle zolle), è avvicinabile anche ai disegni degli anni Trenta dell’inglese A.M. Garthwaite.

L’impiego del tratteggio spolinato, assieme alla disposizione ad isole vaganti sullo sfondo del tessuto, confermano la datazione proposta.

 

Misure: cm. 101x69; 212x25; 84x22; 59x51,5

Definizione tecnica: gros liseré broccato.

Costruzione: gros lavorato da tutti i fili dell’ordito di fondo e da tutti i colpi della trama di fondo (entrambi bianchi). Opera per effetto di slegature della trama di fondo (liseré) e delle trame broccate, che a tratti lavorano un sommario point-rentré.

Ordito di fondo: organzino di seta, due capi, torsione S, bianco.

Trama di fondo: seta, a più capi, s.t.a., bianco.

Trame broccate: seta, a più capi, leggera torsione a S, nei seguenti colori: ocra, marrone, due toni di verde, azzurro, arancione variato in rosa medio e rosa carnacino.

Cimose: cm. 0,5 lavorate in taffettà dalla trama di fondo bianca con un ordito a disposizione verde/rosso in sequenza.

Galloni: cm. 3,6 e cm. 1,8 per la pianeta; cm. 2,1 per il velo da calice. Motivo a ventaglietti lavorati a fuselli, in argento lamellare e filato S su seta gialla.

Fodera: recente, in rasatello di cotone rosa.

Condizioni: il davanti della pianeta appare diffusamente lacerato, soprattutto in corrispondenza della croce centrale. Ottimo lo stato di conservazione del velo.

 
Parato liturgico composto da pianeta, stola, manipolo, busta e velo da calice.
Venezia, terzo quarto del XVIII secolo.

Motivo decorativo di grandi dimensioni modulari, che occupa tutta l’altezza del tessuto, sviluppandosi simmetricamente rispetto ad un asse centrale. Si tratta di una grande infiorescenza, completamente sbocciata, sormontata da un gruppo di cinque piccoli tulipani allungati che nella forma ricordano quelli seicenteschi, derivati dalla tradizione ottomana.

Il suddetto motivo, in posizione dominante al centro di una maglia schiacciata, è costretto in uno spazio definito da un grosso tronco dorato, fittamente intersecato da foglie, serti fioriti di lillà argentei e coppie di strani frutti, in un disegno di grande raffinatezza, caratterizzato dalla sapiente tecnica esecutiva che permette di campire in maniera differenziata (a scacchetti, ma anche a piccole losanghe, a righe, a canestro) le zone interessate dagli interventi delle due trame broccate, cui è totalmente affidata la realizzazione del disegno “policromo”.

A fare da sfondo ulteriori sagome amplificano foglie e fiori, spesso lavorando in aggiunta agli elementi dorati, suggerendo quindi una doppia lettura del motivo decorativo, complicato dagli effetti lucido(opachi del damasco di fondo.

L’astrazione delle forme naturali, assieme alla soluzione compositiva ad impianto centralizzato, anche in relazione alla scelta dei colori e al largo impiego delle trame metalliche cui è assegnata l’opera, testimoniano la destinazione ecclesiastica del tessuto che, per le caratteristiche sopra elencate, è assegnabile al terzo quarto del XVIII secolo, pur riprendendo impostazione e motivi del secolo precedente, secondo una consuetudine “conservatrice” che caratterizza le stoffe destinate alla chiesa e all’arredamento.

La sapiente tecnica esecutiva e il largo impiego dei filati metallici, assieme all’elevato numero dei fili d’ordito e delle trame, ne certificano la produzione veneziana, assicurata peraltro dalla lavorazione delle cimose verdi, in ottemperanza alla normativa della Serenissima in materia di tinture.

Misure: cm. 101x64,5; 109x27; 48x29; 26x26; 55x50,5

Definizione tecnica: lampasso (ad effetto damasco) lanciato broccato.

Costruzione: lampasso fondo in saia da 1 lega 3, direzione Z, controfondo in gros lavorati da tutti i fili dell’ordito e da tutti i colpi della trama di fondo, (entrambi di colore rosaceo); un ordito supplementare, con funzione di legatura ferma una delle due trame broccate (quella filata su seta gialla) lavorando una saia da 3 lega 1, direzione S; un altro lavora in taffettà con la trama lanciata gialla che ha funzione di trama di accompagnamento.

Ordito di fondo e di legatura: organzino di seta, due capi, torsione S, rosaceo.

Trama di fondo: seta, a più capi, leggera torsione a S, rosaceo.

Trama lanciata: seta, a più capi, leggera torsione a S, giallo  (con funzione di trama di accompagnamento).

Trame broccate: argento filato S su seta bianca, doppio, che lavora assieme alla trama di accompagnamento; argento filato Z, riant, su seta ondata bianca..

Cimose: cm. 1 in raso lavorato da un ordito verde, con due cordelline esterne in canapa naturale e dalla trama di fondo assieme a quella lanciata.

Galloni: cm. 3,7 in argento filato S su seta bianca e gialla a forte torsione; motivo geometrico a losanghe bucherellate disposte in successione verticale e distanziate da campiture piene, interessate da  brevi segmenti. Entrambi i lati terminano con piccoli smerli.

Fodera: si conserva quella originale, mentre è stata sostituita da un rasatello di cotone rosso nella pianeta e azzurro elettrico nel velo da calice.

Condizioni: buone. La compattezza del tessuto ne ha garantito la conservazione; il manipolo appare invece piuttosto consunto e malamente restaurato, con grossi punti a rammento.

 

Parato liturgico composto da pianeta, stola, manipolo e busta. Venezia (o ambito veneto), terzo quarto del XVIII secolo.

Il motivo decorativo, di ampie dimensioni modulari, si articola su tutta l’altezza del tessuto, impostato su di un asse verticale attorno al quale la composizione si svolge simmetrica e speculare.

Il centro del motivo è costituito da un vaso ansato, sottilmente profilato in verde e sostenuto da due volute arricciate, descritte dalla seta bianca: da questo fuoriesce un mazzo di importanti dimensioni con tre grosse infiorescenze, delle quali i due fiori laterali ricadono verso il basso, adagiati su foglie dalle terminazioni uncinate, il tutto amplificato dal verde di un fogliame simile alle felci.

Ai lati del motivo principale si svolgono due sinuosi nastri in pizzo, profilati da una successione di pallini che, snodandosi in verticale, si trovano ad intrecciare un secondo elemento a meandro, costituito da un esile stelo da cui si dipartono gruppi di fiori, differenziati nella policromia e nella caratterizzazione botanica, a riempire le anse create dalla serpentina principale, in pizzo bianco.

Questo doppio meandro, con il suo svolgersi, viene a definire uno spazio centrale a medaglione allungato e aperto, all’interno del quale campeggia il già descritto motivo del vaso ansato, che si ripete nella successione in verticale.

Sul fondo del tessuto il damasco, appena percettibile, interviene ad amplificare la composizione che si caratterizza per la ricca policromia, aggiungendo ulteriori elementi fioriti e fogliati, e raddoppiando lo spessore del nastro con l’aggiunta di smerli descritti tono su tono, in cui sono contenuti fiorellini stellati a otto punte.

Il motivo, piuttosto semplice nell’esecuzione – che non prevede l’intervento del tratteggio spolinato – appare comunque apprezzabile per la freschezza e la vivacità delle tinte, accostate per contrasto, ed è assegnabile a manifattura veneziana o più genericamente di ambito veneto, in considerazione della scarsa qualità dei filati impiegati.

Per quanto riguarda la datazione, il motivo del doppio meandro, qui ancora presente assieme ad un rigido impianto compositivo centralizzato, lascia supporre una datazione piuttosto tarda, intorno al terzo quarto del XVIII secolo, anche in relazione alla profondità delle anse definite dallo svolgersi del merletto e alla resa semplificata delle varietà botaniche, di derivazione orientale.

Misure: cm. 101,5x73; 204x21; 97x22; 21x20

Definizione tecnica: damasco classico broccato.

Costruzione: damasco fondo in saia da 1 lega 4, direzione Z, controfondo in saia da 4 lega 1, direzione S; decoro ad opera di dieci trame broccate in seta policroma, legate à liage répris da ¼ dei fili in saia da 4 lega, direzione S.

Ordito di fondo: seta, due capi, torsione S, giallo ocra.

Trama di fondo: filaticcio di seta, più capi di diverso spessore, s.t.a., giallo.

Trame broccate: seta, a tre capi, s.t.a., nei seguenti colori: viola, verde in nuances, prugna, quattro toni di rosa, celeste, azzurro.

Cimose: tagliate.

Galloni: cm. 3,3 e cm. 1,5 in argento filato su seta bianca e gialla, con motivo geometrico a segmenti zigzaganti  che creano scomparti entro i quali, con direzione opposta, riposano infiorescenze astratte.

Fodera: in rasatello di cotone rosso, recente.

Condizioni: piuttosto buone nel complesso; a tratti le trame broccate risultano consunte, anche per la scarsa torsione del materiale, di qualità piuttosto scadente. Rimessa a modello di recente, pare sia stata incollata e stirata, ragione per cui alcune delle trame appaiono piuttosto schiacciate. Lungo lo scollo è un merletto meccanico.

 

Frammento di tessuto per uso liturgico. Francia, terzo quarto del XVIII secolo.

Riferibile alla tipologia “a meandro”, benché il consueto tralcio sia stato annullato cromaticamente e tradotto dagli interventi liseré della trama di fondo, a descrivere un etereo nastro costituito dalla concatenazione in verticale di elementi cuoriformi, elegantemente campiti con un motivo a piccola scacchiera, forse a ricordare la trasparenza del tulle.
Nelle anse create dal meandro a monocromo sono alloggiati singoli fiordalisi, ritratti in tre varianti cromatiche (azzurro/rosa/nocciola) con uno stelo sinuoso, intersecato da un grappolo di fruttini; il serto si arricchisce poi di due foglie simili, simmetricamente poste ai lati.
La relativa assenza di colore del meandro suggerisce una lettura del motivo decorativo secondo parallele orizzontali sfalsate, lungo le quali i mazzolini trovano una leggera inclinazione verso destra e sinistra.
La progressiva semplificazione del disegno, ormai articolato in piccoli gruppi fioriti vaganti sul fondo chiaro del tessuto, in corrispondenza della presenza “celata” del meandro – descritto senza l’ausilio del colore – avvicinano il frammento alle soluzioni di fine secolo, anticipandone l’imminente sviluppo: questi gli elementi che portano a datare il frammento al terzo quarto del Settecento, in una fase conclusiva della lunga stagione che ebbe questa apprezzata tipologia decorativa.
La presenza del point-rentré nella descrizione dei soggetti policromi sembra supportare l’assegnazione a manifattura francese.

Misure: cm. 95 x 36

Definizione tecnica: gros de Tours liseré broccato.

Costruzione: gros de Tours lavorato da tutti i fili dell’ordito di fondo e da tutti i colpi della trama di fondo che interviene nella descrizione del disegno mediante slegature così come avviene per le trame broccate in sete policrome. Si rileva la presenza del point-rentré nei passaggi tonali.

Ordito di fondo: organzino di seta, due capi, torsione S, avorio.

Trama di fondo: seta, a 3 capi, leggera torsione a S, avorio.

Trame broccate: seta, a tre capi, s.t.a., nei seguenti colori: beige, ecrù, bianco, due toni di marrone, rosa, celeste, azzurro, giallo, verde erba.

Cimose: (sinistra) cm. 0,65 in saia da 1 lega 3, direzione Z lavorata da un ordito giallo e dalla trama di fondo avorio; termina con due cordelline in canapa naturale.

Condizioni: ottime; si rileva solo qualche piccolo foro e alcune macchie.

 

Parato liturgico composto da pianeta, stola, velo e busta. Francia o Venezia, 1775-1780 ca. 

Tessuto di grande semplicità esecutiva, identificabile con quelli in uso in Francia col nome di amboisiennes (secondo quanto affermato da M. Pauler nel 1778) e diffuso a partire dagli anni ’70 ad opera delle manifatture francesi.

Il motivo, impostato su di un fondo tracciato da sottili partiture verticali descritte tono su tono si articola in mazzolini policromi, disposti su parallele orizzontali sfalsate, all’interno d’uno schema a scacchiera che contempla anche piccole margheritine azzurre, alternate a bacche e boccioli gialli (lavorati dalla seta ondata).

Misure: cm. 107x74; 212x27; 56,5x48,5; 24x24

Definizione tecnica: pèkin broccato.

Costruzione: pèkin di due armature, fondo in taffettà lavorato da tutti i fili dell’ordito di fondo e da tutti i colpi della trama di fondo, entrambi di colore bianco; un ordito di pelo, montato ad intervalli regolari, lavora un cannelé simpleté di quattro colpi e un colpo; opera per trame broccate, slegate secondo il disegno.

Ordito di fondo e di pelo: organzino di seta, due capi, torsione S, bianco.

Trama di fondo: seta, a più capi, leggera torsione a S, bianco.

Trame broccate: seta, a più capi, torsione S, nei seguenti colori: bianco, tre toni di rosa, rosso, azzurro, due toni di verde; seta ondata giallo topazio.

Cimose: cm. 0,5 lavorate in taffettà dalla trama di fondo e da un ordito rosso; terminano con quattro cordelle in nuances (bianco, nero, giallo)

Galloni: cm. 3,3, cm. 1,7 a profilare la pianeta; cm. 1,9 sul velo da calice. In argento dorato lamellare e filato S su seta gialla, con un motivo a ventaglietti lavorati a fuselli.

Fodera: recente, in rasatello di cotone rosa; il velo da calice conserva la fodera antica in taffettà rosa corallo, al di sotto di quella attuale, recente.

Condizioni: precarie; il tessuto risulta piuttosto danneggiato dalle condizioni in cui viene conservato, tenuto appeso ad una gruccia che ne sollecita la tenute delle fibre – soprattutto in ordito – in corrispondenza delle spalle. Anche le parti perimetrali della veste hanno subito uguale sorte, per le tensioni provocate da una foderatura troppo stretta che crea nuove piegature e tagli. Il velo da calice invece, seppur diffusamente macchiato, appare in buono stato.

 

ORATORIO DEL BEATO ERICO

Costruito nel 1912 sul luogo dove si trovava la povera baracca di legno dove il Beato Enrico da Bolzano visse facendo il boscaiolo per circa venti anni della sua vita, ora si trova sul confine tra Sant’Elena di Silea, Cendon e Biancade.

Enrico da Bolzano, nato verso la metà del XIII secolo in Tirolo, si trasferì in terra trevigiana probabilmente in occasione di un suo pellegrinaggio a Roma (forse per il celebre primo giubileo del 1300), portando con sé la moglie e il figlio Lorenzo. Decise allora di fermarsi su un podere del conte di Collalto, posto a Biancade, esercitando il mestiere di boscaiolo.

Divenuto anziano, si trasferì in città, dove visse umilmente e devotamente, mendicando le offerte da distribuire ai numerosi poveri della città, mortificandosi e conducendo un’intensa vita di pietà e di preghiera.

Morì a Treviso il 10 giugno del 1315 con fama di santità, avendo compiuto numerosi miracoli ancora da vivo; ad esempio, mentre stava pregando durante un acquazzone, ai piedi del campanile del battistero, i suoi vestiti rimasero asciutti. Alla sua morte tutte le campane di Treviso iniziarono a suonare da sole. I numerosi miracoli registrati dopo il decesso richiamarono in città folle di pellegrini, provenienti da tutta l’Italia e da vari Paesi europei. Ebbe culto e fama in molte chiese del Nord d’Italia, dell’Istria, del Tirolo e dell’Austria, dove le sue immagini sono ancor oggi molto diffuse (come all’interno della cattedrale di Santo Stefano di Vienna e in facciata del duomo di Innsbruk).

E’ compatrono della diocesi di Treviso.

Il suo sangue allo stato liquido è tuttora custodito in cattedrale di Treviso.

Sul beato Enrico da Bolzano esiste una letteratura sterminata: ne parlano il Boccaccio (che nel Decamerone ambienta una novella attorno al feretro del beato), Gabriele D’Annunzio, numerosi papi e una schiera innumerevole di storici.

Una statua lignea, posta all’interno della chiesetta di via Beato Erico rappresenta l’umile boscaiolo in atto di appoggiarsi ad un bastone, col cappello sotto il braccio e le scarpe malandate, ma con il volto sereno. E’ opera di Francesco Martiner di Ortisei (1914).

Il capitello antistante alla chiesetta risale al Settecento; vi era venerata la statua lignea di Antonio Chiesa, ora nella Parrocchiale.

 

 

CHIESA DI SANTA MARIA DI CASTELLO IN BIANCADE, VULGO DI SAN VALENTINO

Il nome della località deriva dal fatto che nel luogo esisteva un antico castello, oggi scomparso ma documentato da reperti archeologici, probabilmente costruito in età romana al posto di un più antico “castelliere” dell’età del Bronzo o paleoveneto. Questa antica struttura era insediata sopra un rialzo del terreno, ancora ben visibile ad est della locale chiesa, oltre il fiume Musestre ed era delimitata da una serie di canali che tuttora disegnano sul terreno forme geometriche, romboidali e semicircolari. Sopra quest’area esistevano dei terrapieni a difesa di un probabile villaggio, che sono stati spianati non molti decenni fa ed ora rimangono confermati solo dai rilievi catastali.

La chiesa sorge al centro di un paesaggio suggestivo, lungo la riva del fiume Musestre. E’ dedicata a Santa Maria, anche se popolarmente è detta “chiesa di San Valentino”. Su di essa aveva sgiuridizione l’Abbazia di Nervosa.

Di origine altomedioevale, documentata fin dal 1231, la chiesa fu ricostruita nel Cinquecento; il campanile venne innalzato nel 1560, come attesta una lapide collocata su di esso.

Secondo la tradizione, era la chiesa frequentata dal beato Enrico da Bolzano e si tramanda che vi siano sepolti la moglie ed il figlio Lorenzo.

L’interno è spoglio, fatta eccezione per un artistico altare ligneo dipinto in azzurro e oro, del XVI secolo e per alcuni brani d’affresco, di autore pregevole, portati alla luce nel corso nel restauro complessivo del compendio architettonico eseguito nell’ultimo decennio del Novecento.  


 

 

 

 

CHIESA DI SANT’ANDREA DI RIUL

L’oratorio, di antichissima origine, è costruito vicino al corso d’acqua denominato Riul ed è testimoniato fin dagli inizi del Duecento.

In età medioevale la cappella aveva un proprio sacerdote officiante e il cimitero attiguo; dipendeva dall’abbazia collaltina di Sant’Eustachio di Nervesa e fu oggetto di numerose contese tra Biancade e le parrocchie contermini (S. Biagio, Monastier, Rovarè, Spercenigo).

La cappella venne abbandonata all’incuria e crollò probabilmente già nel tardo medioevo. Il luogo dove essa sorgeva era ritenuto “miracoloso”, poiché si notava che sul sedime dell’edificio sacro non cresceva l’erba; a giudicare la natura miracolosa del fatto nel 1593 venne fatto intervenire lo stesso abate di Nervesa il quale, recatosi sul posto, ordinò al proprietario del terreno di riedificarvi il sacro edificio. Il proprietario si limitò però a costruire un capitello, che si può osservare anche nella cartografia del 1680 circa.

L’attuale oratorio fu ricostruito nel 1884 sul fondo di proprietà dei nobili Morosini, al posto del capitello.

 

 

 

CAPITEL TONDO

Dedicato a Sant’Antonio da Padova, è uno dei rari capitelli a pianta circolare esistenti nel Veneto e risale al XVII secolo.

 

CAPITELLO DELLA MADONNA

IN VIA CARBONCINE

Sulla soglia sta scolpita un’iscrizione che ricorda che lo fece costruire nel 1661 la Confraternita del Santissimo Sacramento, quando ne era gastaldo “Missier Lorenzo Voltarello”. La statua della Madonna Nera che vi era alloggiata è stata rubata nel 1982.

 

 

CAPITELLO DELLA MADONNA

IN PIAZZA A BIANCADE

In origine il capitello sorgeva al centro dell’incrocio tra le vie D’Annunzio, Carboncine e Darj (dove ora c’è l’aiuola spartitraffico). Venne abbattuto e ricostruito nel 1950 sull’angolo di via Carboncine, all’ingresso delle scuole elementari del paese (poi demolite per lasciare spazio al Centro Sociale), in una posizione più arretrata per consentire la sistemazione stradale. 

 

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