BIANCADE - San Giovanni Battista (24 giugno)
Chiesa parrocchiale, + 1563; - abit. n. 2.850.
Via P. Bordon, 3 - 31030 - Com. Roncade, prov. Treviso, km 11 -
tel. 0422/84.90.12.
R.P.G. n. 186 - 22.09.87

Parroco: Volpato don Giuseppe, 1999.
 
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San Giovanni Battista di Biancade (TV)
ultimo aggiornamento: lunedì 07 gennaio 2008

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QUANDO SEI NATO NON PUOI PIÙ NASCONDERTI

Pierluigi Brugnaro


Non so quanti avranno visto il bel film di Marco Tullio Giordana “Quando sei nato non puoi più nasconderti” che aveva partecipato al Festiva! di Cannes del 2005. Il film propone la storia di un ragazzino bresciano figlio di un piccolo industriale, che precipita in mare dalla barca di papà, e viene poi ripescato miracolosamente da un gruppo di immigrati a bordo di una delle tante carrette dei viaggi della speranza che dal sud del Mediterraneo approdano a Lampedusa: una casualità assai improbabile che si iscrive però in vicende del tutto reali e di drammatica attualità e che rendono i personaggi del film eroi inconsapevoli ma non meno meritevoli di quelli che ci propongono i numerosi film fantasy e di azione che riempiono le sale del Cinecity in questi periodi.

Un film tutto italiano che proietta squarci della nuova Italia dei migranti, decisamente più impegnato e non per questo meno godibile dei cinepanettoni di alcuni noti registi e attori italiani, che offrono ilarità, spesso condita di volgarità, per qualsiasi palato.


Nella quotidianità del mio lavoro in reparto e in ambulatorio mi è capitato più di una volta di incontrare e visitare persone simili agli “eroi” del film di Giordana la cui storia meriterebbe di essere narrata per riflettere ancor di più sul drammatico esodo di moltitudini di genti proveniente dal cosiddetto “Terzo mondo” nel nostro Paese. In breve voglio parlarvi di 3 persone-pazienti provenienti da paesi diversi, di razza e lingua diverse, con problemi diversi tanto per sottolineare quanto di più eterogeneo possa rappresentare quello che noi indichiamo come “extracomunitario”.
Arega è una giovane donna etiope di 21 anni che una tarda mattinata ricevo in ambulatorio, una degli ultimi pazienti prima di concludere una mattina di lavoro tutto sommato tranquilla. E’ accompagnata da un uomo, un mediatore culturale eritreo che traduce in italiano la lingua amarica della giovane. Lei tiene abbassato lo sguardo, parla il minimo necessario e mostra una diffidenza che è quasi paura verso di me, una mia collega e tutto l’ambiente attorno.

Mi colpisce una grande croce rossa dipinta sulla sua fronte, cosa che mi fa pensare la sua appartenenza alla chiesa cristiana copta etiope. Nel colloquio chiedo al suo mediatore culturale, con un misto di ironia perché tra Etiopia ed Eritrea ci sia in corso una sanguinosa guerra. Mi risponde con aria rassegnate: “Non lo so, ci mancava solo la guerra... .la verità è che Etiopia ed Eritrea sono 2 paesi molto poveri e la guerra sicuramente non aiuterà la popolazione dei 2 paesi”. P’che notizie sul passato di Arega possono spiegare perché lei appaia così spaventata. Ha 2 figli rimasti in Etiopia con i nonni, il marito le è morto in guerra. Viene da noi perché dopo aver avuto una relazione con un altro uomo che intendeva sposarla e poi invece l’ha lasciata disperdendo le tracce, risulta essere positiva al test per l’infezione da HIV.

Arega forse non ha ancora realizzato cosa ciò possa significare, noi per .fortuna constatiamo che l’infezione è ancora in uno stadio iniziale per cui può essere curata con terapie “leggere” che ci sforziamo di far conoscere alla paziente. Non siamo però sicuri se lei abbia capito che quelle terapie dovrà prenderle tutti i giorni e, salvo nuove scoperte scientifiche, per tutta la vita. Ma la vita di Arega intanto è impegnata a cicatrizzare una grave ferita recente, che in parte speriamo di rimarginare, come lei spera, con l’arrivo dei figli in Italia.


Clement è un uomo sudanese sulla trentina di pelle nera. Cosa significa chiamarsi Clement nella terra governata dal regime islamico di Karthoum lo si può intuire informandosi sulla guerra sanguinosa che c’è stata negli ultimi 20 anni tra le truppe governative e i ribelli che difendevano le popolazioni cristiane e animiste del Sudan meridionale. Un dramma spesso taciuto dai media al pari del drammatico genocidio che è tuttora in atto in una regione occidentale del Sudan, il Darfour.

Clement è arrivato in Italia da qualche mese passando per Lampedusa dopo aver attraversato paesi in guerra, lande di deserto fino alla costa libica. Mi descrive la ferocia e l’intolleranza religiosa nei confronti dei cristiani al limite del disumano che serpeggia nel suo paese di origine. Gli stessi medici sudanesi riservavano un trattamento duro e discriminatorio a chi era di pelle nera, e per giunta di fede cristiana. Sogna di vivere in un paese libero da restrizioni e discriminazioni, un paese che rispetti la dignità di tutte le persone, sogna un lavoro che lo possa far uscire dalla povertà. Io lo tranquillizzo, gli dico che ormai tutto è passato e che anche la malattia guarirà in fretta. A condividere la stanza con Clement c’è un uomo cinese, di corporatura tozza e robusta, di poche parole.

Ha un fare tranquillo, fiducioso e sicuro di sé: sicuramente nemmeno immagina da dove provenga Clement e quali vicissitudini abbia sofferto. Il paziente cinese ha contratto una forma non contagiosa di tubercolosi, ma lui già si sente bene e aspetta con impazienza di uscire dall’ospedale perché deve andare a lavorare. Vite diversissime, da destini diversissimi che incrociano per pochi giorni la loro esistenza accomunati dalla malattia.

Jahangir è un giovane indiano di 24 anni. Un bel giorno di estate del 2005 si trova ricoverato d’urgenza presso la Unità Coronarica Intensiva Cardiologica di Mestre per un grave shock cardiogeno che l’ha gettato in uno stato di corna. Lo shock è stato la conseguenza di un grave infarto al cuore provocato a sua volta dal diabete mellito che probabilmente Jahangir non sapeva di avere, o se lo sapeva, non lo stava affatto curando. Jahangir è in Italia da non più di un mese ci dice un altro connazionale che lavora con lui, non ha ancora un alloggio stabile e comprende solo qualche parola di italiano.

Ci mancava solo il diabete: un lusso pensare di curarlo poiché i soldi guadagnati al lavoro gli devono bastare per vivere, ma per vivere Jahangir si rende presto consapevole che in qualche modo il diabete 1 deve curare. Infatti dopo appena un mese dalla dimissione dalla Cardiologia dove il giovane se l’era cavata con un intervento di angioplastica coronarica, Jahangir finisce di nuovo in corna. C’è stata una recidiva dell’infarto al cuore perché l’arteria coronaria che era stata riparata dai cardiologi è stata richiusa da un grosso trombo.

Nuovo ricovero urgente, contropulsatore aortico, ventilazione meccanica, nuovo intervento di angioplastica coronarica con inserzione di uno stent metallico per impedire la chiusura dell’arteria che irrora gran parte del muscolo cardiaco. Durante il ricovero però Jahangir contrae anche un’infezione nel sangue, per cui viene trasferito nel reparto dove io lavoro e dopo una settimana di cure antibiotiche è dì nuovo guarito. Questa volta però il giovane indiano sa bene che, affinché il cuore non gli ripeta lo scherzo, dovrà prendere a casa (qual’era casa sua?) le medicine per controllare rigorosamente il diabete, la pressione arteriosa e la coagulazione del sangue. Lo schema terapeutico è complesso, come spiegarlo a uno che non forse non ha mai assunto dei farmaci in vita sua e non conosce una parola di italiano?

Quella mattina in cui Jahangir va a casa mi rendo conto di essere investito di una grande responsabilità: se non gli do di persona tutte le ricette e una scorta di medicinali sufficienti facendogli capire come lì deve assumere Jahangir rischia di restarci secco. Anche lui ne è consapevole poiché lo vedo tutto serio e intento ad ascoltarmi ripetendo le parole che io lentamente gli scandisco come ad afferrarne un significato nella sua lingua d’origine. Alle nostre difficoltà si aggiungono però quelle burocratiche: a Jahangir, senza regolare permesso di soggiorno serve una tessera sanitaria provvisoria perché io poi gli possa scrivere un codice che gli permetta di ritirare gratis in farmacia i farmaci salva-vita per prevenire un altro infarto. Il suo incredibile istinto di sopravvivenza lo spinge ad andare e tornare in 30 minuti in quell’ufficio di Mestre dove si rilasciano i documenti sanitari. Io nel frattempo sono andato a cercare i colleghi cardiologi e diabetologi per avere le loro firme e timbri sui moduli di piano terapeutico per quei farmaci che lo necessitano. Alla fine, muniti di tessera, certificazioni, ricette, firme e timbrature, io e Jahangir ci siamo di nuovo radunati per cercare di capire come utilizzare tutti questi incartamenti e come prendere le medicine a casa. Ritaglio i nomi dei farmaci dai cartoncini delle loro confezioni e li incollo su un foglio con a fianco il disegno delle compresse, intere o spezzate da prendere ogni giorno, a digiuno o a stomaco pieno.

Ormai quella mattina mi ero rassegnato all’idea di dover saltare gran parte della visita ai pazienti del reparto al fianco del primario, ma stava crescendo in me la gioia di essermi davvero reso utile per quel giovane indiano che si era aggrappato a me come un naufrago a un salvagente lanciato da un’imbarcazione di salvataggio. Questi mesi di ospedale di Jahangir dovevano essere stati come il viaggio di Clement fino a Lampedusa.

Alla fine ci siamo abbracciati, il suo sguardo trapelava gratitudine nei miei confronti. Io ho sperato che la sua odissea in ospedale fosse terminata e che la vita in Italia cominciasse a riservargli anche qualche gioia.

 

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