QUANDO SEI NATO
NON PUOI PIÙ NASCONDERTI
Pierluigi
Brugnaro
Non so quanti
avranno visto il bel film di Marco
Tullio Giordana “Quando sei nato non puoi più
nasconderti” che aveva partecipato al Festiva!
di Cannes del 2005. Il film propone la storia di
un ragazzino bresciano figlio di un piccolo
industriale, che precipita in mare dalla barca
di papà, e viene poi ripescato miracolosamente
da un gruppo di immigrati a bordo di una delle
tante carrette dei viaggi della speranza che dal
sud del Mediterraneo approdano a Lampedusa: una
casualità assai improbabile che si iscrive però
in vicende del tutto reali e di drammatica
attualità e che rendono i personaggi del film
eroi inconsapevoli ma non meno meritevoli di
quelli che ci propongono i numerosi film fantasy
e di azione che riempiono le sale del Cinecity
in questi periodi.
Un film tutto italiano che
proietta squarci della nuova Italia dei
migranti, decisamente più impegnato e non per
questo meno godibile dei cinepanettoni di alcuni
noti registi e attori italiani, che offrono
ilarità, spesso condita di volgarità, per
qualsiasi palato.
Nella quotidianità del mio lavoro in reparto e
in ambulatorio mi è capitato più di una volta di
incontrare e visitare persone simili agli “eroi”
del film di Giordana la cui storia meriterebbe
di essere narrata per riflettere ancor di più
sul drammatico esodo di moltitudini di
genti proveniente dal
cosiddetto “Terzo mondo” nel nostro Paese. In
breve voglio parlarvi di 3 persone-pazienti
provenienti da paesi diversi, di razza e lingua
diverse, con problemi diversi tanto per
sottolineare quanto di più eterogeneo possa
rappresentare quello che noi indichiamo come
“extracomunitario”.
Arega è una giovane donna etiope di 21 anni che
una tarda mattinata ricevo in ambulatorio, una
degli ultimi pazienti prima di concludere una
mattina di lavoro tutto sommato tranquilla. E’
accompagnata da un uomo, un mediatore culturale
eritreo che traduce in italiano la lingua
amarica della giovane. Lei tiene abbassato lo
sguardo, parla il minimo necessario e mostra una
diffidenza che è quasi paura verso di me, una
mia collega e tutto l’ambiente attorno.
Mi colpisce una grande
croce rossa dipinta sulla sua fronte, cosa che
mi fa pensare la sua appartenenza alla chiesa
cristiana copta etiope. Nel colloquio chiedo al
suo mediatore culturale, con un misto di ironia
perché tra Etiopia ed Eritrea ci sia in corso
una sanguinosa guerra. Mi risponde con aria
rassegnate: “Non lo so, ci mancava solo la
guerra... .la verità è che Etiopia ed Eritrea
sono 2 paesi molto poveri e la guerra
sicuramente non aiuterà la popolazione dei 2
paesi”. P’che notizie sul passato di Arega
possono spiegare perché lei appaia così
spaventata. Ha 2 figli rimasti in Etiopia con i
nonni, il marito le è morto in guerra. Viene da
noi perché dopo aver avuto una relazione con un
altro uomo che intendeva sposarla e poi invece
l’ha lasciata disperdendo le tracce, risulta
essere positiva al test per l’infezione da
HIV.
Arega
forse non ha ancora realizzato cosa ciò possa
significare, noi per
.fortuna constatiamo che l’infezione è
ancora in uno stadio iniziale per cui può essere
curata con terapie “leggere” che ci sforziamo di
far conoscere alla paziente. Non siamo però
sicuri se lei abbia capito che quelle terapie
dovrà prenderle tutti i giorni e, salvo nuove
scoperte scientifiche, per tutta la vita. Ma la
vita di Arega intanto è impegnata a cicatrizzare
una grave ferita recente, che in parte speriamo
di rimarginare, come lei spera, con l’arrivo dei
figli in Italia.
Clement è un uomo
sudanese sulla trentina di pelle nera. Cosa
significa chiamarsi Clement nella terra
governata dal regime islamico di Karthoum lo si
può intuire informandosi sulla guerra sanguinosa
che c’è stata negli ultimi 20 anni tra le truppe
governative e i ribelli che difendevano le
popolazioni cristiane e animiste del Sudan
meridionale. Un dramma spesso taciuto dai media
al pari del drammatico genocidio che è tuttora
in atto in una regione occidentale del Sudan, il
Darfour.
Clement è arrivato in Italia da qualche
mese passando per Lampedusa dopo aver
attraversato paesi in guerra, lande di deserto
fino alla costa libica. Mi descrive la ferocia e
l’intolleranza religiosa nei confronti dei
cristiani al limite del disumano che serpeggia
nel suo paese di origine. Gli stessi medici
sudanesi riservavano un trattamento duro e
discriminatorio a chi era di pelle nera, e per
giunta di fede cristiana. Sogna di vivere in un
paese libero da restrizioni e discriminazioni,
un paese che rispetti la dignità di tutte le
persone, sogna un lavoro che lo possa far uscire
dalla povertà. Io lo tranquillizzo, gli dico che
ormai tutto è passato e che anche la malattia
guarirà in fretta. A condividere la stanza con
Clement c’è un uomo cinese, di corporatura tozza
e robusta, di poche parole.
Ha un fare tranquillo,
fiducioso e sicuro di sé: sicuramente nemmeno
immagina da dove provenga Clement e quali
vicissitudini abbia sofferto. Il paziente cinese
ha contratto una forma non contagiosa di
tubercolosi, ma lui già si sente bene e aspetta
con impazienza di uscire dall’ospedale perché
deve andare a lavorare. Vite diversissime, da
destini diversissimi che incrociano per pochi
giorni la loro esistenza accomunati dalla
malattia.
Jahangir è un giovane indiano di 24 anni.
Un bel giorno di estate del 2005 si trova
ricoverato d’urgenza presso la Unità Coronarica
Intensiva Cardiologica di Mestre per un grave
shock cardiogeno che l’ha gettato in uno stato
di corna. Lo shock è stato la conseguenza di un
grave infarto al cuore provocato a sua volta dal
diabete mellito che probabilmente Jahangir non
sapeva di avere, o se lo sapeva, non lo stava
affatto curando. Jahangir è in Italia da non più
di un mese ci dice un altro connazionale che
lavora con lui, non ha ancora un alloggio
stabile e comprende solo qualche parola di
italiano.
Ci mancava solo il
diabete: un lusso pensare di curarlo poiché i
soldi guadagnati al lavoro gli devono bastare
per vivere, ma per vivere Jahangir si rende
presto consapevole che in qualche modo il
diabete 1 deve curare. Infatti dopo appena un
mese dalla dimissione dalla Cardiologia dove il
giovane se l’era cavata con un intervento di
angioplastica coronarica, Jahangir finisce di
nuovo in corna. C’è stata una recidiva
dell’infarto al cuore perché l’arteria coronaria
che era stata riparata dai cardiologi è stata
richiusa da un grosso trombo.
Nuovo ricovero urgente,
contropulsatore aortico, ventilazione meccanica,
nuovo intervento di angioplastica coronarica con
inserzione di uno stent metallico per impedire
la chiusura dell’arteria che irrora gran parte
del muscolo cardiaco. Durante il ricovero però
Jahangir contrae anche un’infezione nel sangue,
per cui viene trasferito nel reparto dove io
lavoro e dopo una settimana di cure antibiotiche
è dì nuovo guarito. Questa volta però il giovane
indiano sa bene che, affinché il cuore non gli
ripeta lo scherzo, dovrà prendere a casa
(qual’era casa sua?) le medicine per controllare
rigorosamente il diabete, la pressione arteriosa
e la coagulazione del sangue. Lo schema
terapeutico è complesso, come spiegarlo a uno
che non forse non ha mai assunto dei farmaci in
vita sua e non conosce una parola di italiano?
Quella mattina in cui
Jahangir va a casa mi rendo conto di essere
investito di una grande responsabilità: se non
gli do di persona tutte le ricette e una scorta
di medicinali sufficienti facendogli capire come
lì deve assumere Jahangir rischia di restarci
secco. Anche lui ne è consapevole poiché lo vedo
tutto serio e intento ad ascoltarmi ripetendo le
parole che io lentamente gli scandisco come ad
afferrarne un significato nella sua lingua
d’origine. Alle nostre difficoltà si aggiungono
però quelle burocratiche: a Jahangir, senza
regolare permesso di soggiorno serve una tessera
sanitaria provvisoria perché io poi gli possa
scrivere un codice che gli permetta di ritirare
gratis in farmacia i farmaci salva-vita per
prevenire un altro infarto. Il suo incredibile
istinto di sopravvivenza lo spinge ad andare e
tornare in 30 minuti in quell’ufficio di Mestre
dove si rilasciano i documenti sanitari. Io nel
frattempo sono andato a cercare i colleghi
cardiologi e diabetologi per avere le loro firme
e timbri sui moduli di piano terapeutico per
quei farmaci che lo necessitano. Alla fine,
muniti di tessera, certificazioni, ricette,
firme e timbrature, io e Jahangir ci siamo di
nuovo radunati per cercare di capire come
utilizzare tutti questi incartamenti e come
prendere le medicine a casa. Ritaglio i nomi dei
farmaci dai cartoncini delle loro confezioni e
li incollo su un foglio con
a fianco il disegno delle compresse,
intere o spezzate da prendere ogni giorno, a
digiuno o a stomaco pieno.
Ormai quella mattina mi
ero rassegnato all’idea di dover saltare gran
parte della visita ai pazienti del reparto al
fianco del primario, ma stava crescendo in me la
gioia di essermi davvero reso utile per quel
giovane indiano che si era aggrappato a me come
un naufrago a un salvagente lanciato da
un’imbarcazione di salvataggio. Questi mesi di
ospedale di Jahangir dovevano essere stati come
il viaggio di Clement fino a Lampedusa.
Alla fine ci siamo
abbracciati, il suo
sguardo trapelava gratitudine nei miei
confronti. Io ho sperato che la sua odissea in
ospedale fosse terminata e che la vita in Italia
cominciasse a riservargli anche qualche gioia.